Diritto di Libertà di Impresa vs. Diritto di Libertà di Autodeterminazione

October 3, 2017

Velo sul posto di lavoro: la Corte di Giustizia ne ammette il Divieto.

Perché? È davvero così?

 

Sumaya Abdel Qader, Consigliere Comunale in carica al Comune di Milano

 

La sentenza della Corte di Giustizia dell’Unione Europea n°C-157/15 del 2017, ha fatto sicuramente scalpore in tutti gli Stati Membri. Media, politici e cittadini non hanno fatto altro che parlare di questo “divieto di indossare il velo sul posto di lavoro”, e discutere circa la Bontà della Decisione del Giudice Sovrannazionale. Già nella premessa della mia breve esposizione editoriale devo però evidenziare il primo grande problema: questa Sentenza non vieta l’uso del velo sul posto di lavoro, piuttosto afferma, in modo molto piu’ generico, il potere del datore di vietare l’utilizzo di ogni segno visibile che esprima qualsiasi ideologia politica, filosofica o religiosa. Così, accanto al divieto di indossare il velo, si palesano quello di indossare la catenina con il crocifisso o la t-shirt di Che Guevara. Con la formula della Corte il divieto assume già un’altra faccia, decisamente meno discriminatoria. Un malpensante potrebbe insinuare che le informazioni ci vengano trasmesse in modo distorto appositamente: Istituzioni antieuropeiste e Giornalisti trovano sicuramente piu’ vantaggio a diffondere il “divieto di indossare il velo” piuttosto che un divieto generico di indossare segni politicamente o religiosamente qualificanti. Si aprirebbe qui un interessante discorso circa la necessità di una sana informazione e il problema della mala informazione attuata di proposito anche da chi ricopre incarichi Pubblici, ma questa è un’altra storia. Per altro non abbiamo bisogno della mala informazione per riscontrare aspetti tristi e discriminatori nella Sentenza in questione, come vedremo tra poco.

 

Passiamo al secondo problema: perché i cittadini europei possono vedersi vietare il diritto di indossare segni distintivi circa la loro fede politica o religiosa sul luogo di lavoro? La Corte adduce tra le sue motivazioni il perseguimento da parte del datore di lavoro di un indirizzo di “neutralità” politica, filosofica e religiosa nei rapporti con i clienti. Tale disposizione non costituirebbe affatto una condotta discriminatoria: tutti i dipendenti sono sottoposti al medesimo divieto, non vi è affatto disparità di trattamento. I Giudici ribadiscono che “è legittima la volontà del datore di lavoro di mostrare ai suoi clienti, sia pubblici che privati, un’immagine di neutralità, tale Diritto gli è infatti riconosciuto sotto il Diritto di Libertà di impresa, tutelato nella Carta Europea dei Diritto dell’Uomo”. I fatti però vanno in senso contrario, si riscontra un’evidente condotta discriminatoria: un lavoratore molto religioso farà fatica ad essere accettato o a trovare un lavoro in cui possa liberamente manifestare la propria fede; un soggetto ateo o poco religioso invece non avrà problemi in tal senso. Nel 2017 è ammissibile che la Fede (religiosa o politica che sia) sia un elemento discriminatorio circa la possibilità di trovare lavoro? No. Ed ecco esplicitato in poche righe un problema macroscopico: il Diritto dell’imprenditore di svolgere come meglio ritiene la sua libertà di impresa, prevale sul Diritto di ogni cittadino europeo di autodeterminarsi e di poter esprimere la propria fede (che questo si concretizzi nell’indossare una catenina con una pagina del Corano, il Crocefisso, Buddha, Jaweh, o Lenin). È Giusto? Quando è stata redatta questa gerarchia dei principi, e chi ha anteposto gli interessi economici a quelli morali?  Valutiamo allora gli interessi in gioco. Da un lato vi è l’interesse economico dell’imprenditore, il quale ottiene un vantaggio eocnomico e competitivo nel mostrarsi “neutro” nei confronti con i propri clienti; dall’altra parte abbiamo gli interessi morali, etici, di libertà di espressione e autodeterminazione dei lavoratori che, sul luogo di lavoro, devono disobbedire ai precetti della loro religione, o magari semplicemente negarsi atti o oggetti che gli permettono di sentirsi realizzati nella sfera spirituale. Il Diritto all’Autodeterminazione è un Diritto Fondamentale di ogni cittadino, tutelato come tale da tutte le Costituzioni moderne: consiste nel riconoscimento da parte delle Autorità della

 

nel decidere come realizzarsi: quale religione, quale orientamento sessuale, quale trattamento sanitario e, persino, quale Governo. Questa Sentenza della Corte di Giustizia allora fa storcere il naso a chi crede che una Società Moderna debba avere delle priorità chiare e definite: la libertà di autodeterminarsi prima della libertà economica; l’uguaglianza sostanziale prima del vantaggio economico.

 

Davvero questi Egregi Giudicanti ritengono che il sacrificio che deve fare una donna musulmana nel togliere il velo pur di lavorare sia compensato dal Vantaggio Economico che può trarne il Datore di Lavoro? Davvero possiamo ammettere che un Uomo con il Rosario al collo peggiori l’immagine di un’impresa agli occhi dei suoi clienti, e dunque danneggi l’imprenditore?

 

Che senso ha tutelare la Libertà d’Impresa, quando questo si traduce nella discriminazione e limitazione della libertà di espressione e autodeterminazione?

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