“What girls are good for”: così nacque Nellie Bly, la pioniera del giornalismo investigativo che sfidò un mondo fatto per soli uomini

October 10, 2017

 

 

“Many small people who in many small places do many small things, that can alter the face of the world”. Questo proverbio africano, riprodotto a chiare lettere sull’East Side Gallery di Berlino, mi ha riportato alla mente un articolo letto qualche tempo fa, grazie al quale ho conosciuto l’incredibile storia della giornalista statunitense Nellie Bly, che da quel momento, per me, è uscita dall’ignoto per diventare uno dei modelli a cui mi ispiro maggiormente. Probabilmente questo nome risulterà sconosciuto ai più, eppure Nellie Bly, pseudonimo di Elizabeth Jane Cochran, è stata una delle donne in assoluto più famose a cavallo tra il XIX e il XX secolo.

 

Nata in Pennsylvania nel 1864, Elizabeth affronta un’infanzia difficile: tredicesima di quindici figli e rimasta orfana di padre a soli sei anni, è costretta a subire le violenze di un patrigno alcolizzato, in quanto la madre si rassegna all’idea di non poter crescere i numerosi figli senza un’ulteriore entrata economica e, di conseguenza, senza un uomo al suo fianco. Le responsabilità, le perdite e le sofferenze affrontate in età così giovane plasmano il suo carattere tenace e impavido, che si forma soprattutto in seguito alla pratica di divorzio che la vede coinvolta in tribunale in qualità di testimone contro il patrigno.

 

Il cambiamento radicale avviene quando, a sedici anni, decide di trasferirsi a Pittsburgh per cercare lavoro come insegnante. Lì si imbatte in un articolo, sessista e irrispettoso, di un giornalista del “Pittsburgh Dispatch”, intitolato What girls are good for, nel quale si critica la volontà delle donne di cercare sostentamento e realizzazione fuori dall’unico ambiente a loro consono, il focolare domestico. Elizabeth, indignata, risponde all’articolo con una lettera firmata Lonely Orphan Girl, che attira l’attenzione di George Madden, il direttore del giornale. La giovane donna ottiene così un posto nella redazione del “Pittsburgh Dispatch” ed è proprio allora che Elizabeth riceve lo pseudonimo sotto il quale è diventata una delle donne più celebri del mondo: Nellie Bly.

 

Nellie Bly è stata la prima in molte cose. Innanzitutto, come sottolineato in occasione della sua entrata nella National Women’s Hall of Fame nel 1998, è stata una delle prime ad immergersi in incognito in diverse realtà con l’obiettivo di vedere, capire ed esporre le criticità della società in cui è immersa. Grazie a lei, ma soprattutto grazie alla sua passione e vocazione, nasce il giornalismo investigativo e sotto copertura, il suo specifico marchio di fabbrica. Nel 1887 si trasferisce a New York, delusa dalle precedenti esperienze lavorative, ed entra a far parte del “New York World” di Joseph Pulitzer, che rappresenta per lei l’opportunità lavorativa a lungo attesa. Quando le viene chiesto di recarsi sotto copertura all’interno del Women’s Lunatic Asylum, presso l’isola di Blackwell, per documentare e denunciare le condizioni disumane di questo manicomio femminile, Nellie Bly finge di essere pazza ed entra in quella che definirà una trappola umana per topi, dove resterà per dieci giorni. Uscita poco dopo essere stata avvelenata e salvata in extremis dai medici, Nellie Bly pubblica sul quotidiano diretto da Pulitzer un articolo che prende il nome di Ten days in a mad-house, nel quale descrive scrupolosamente la vita all’interno del manicomio. Uno degli estratti più conosciuti e toccanti è il seguente:

 

I would like the expert physicians […] to take a perfectly sane and healthy woman, shut her up and make her sit from 6 A. M. until 8 P. M. on straight-back benches, do not allow her to talk or move during these hours, give her no reading and let her know nothing of the world or its doings, give her bad food and harsh treatment, and see how long it will take to make her insane.

Two months would make her a mental and physical wreck.

 

Il coraggio di questa donna, che ha rischiato la propria vita per tutelare gli interessi dei più deboli, si è rivelato vincente: in seguito alla pubblicazione dell’articolo, sono state date maggiori sovvenzioni al manicomio per migliorare le pessime condizioni esistenti.

 

Tuttavia, non si è trattato dell’unico progetto rischioso che ha portato a termine. Nellie Bly, durante la Prima Guerra Mondiale, assume il ruolo di corrispondente di guerra per diversi giornali, in particolare in Austria, sul fronte serbo e russo. Si occupa incessantemente, per tutta la vita, di numerose tematiche sociali, tra cui lo sfruttamento delle operaie e le condizioni di vita di orfani, poveri e malati, aggiudicandosi il titolo di The best reporter in America dal “New York Journal”.

 

La vicenda che davvero l’ha resa famosa in tutto il mondo, e che la conferma ancora una volta la prima in qualcosa, riguarda il successo raggiunto nel tentativo di superare il record stabilito da Phileas Fogg, personaggio de Il giro del mondo in 80 giorni di Jules Verne. Nellie Bly, infatti, è stata la prima donna a compiere da sola il giro del mondo, riuscendo a completare l’itinerario in poco più di 72 giorni. Solo un uomo può farcela: queste sono le parole pronunciate da Pulitzer in seguito all’annuncio della giornalista di voler intraprendere questo viaggio. Proprio grazie alla sua tenacia e alla sua determinazione, Nellie Bly mette a tacere tutte le perplessità pubblicando Around the world in 72 days, probabilmente la sua opera più famosa. Ciò che desta maggiore stupore, per l’epoca, è il fatto che abbia compiuto questa incredibile impresa senza l’aiuto di uomini; le donne la ergono, a partire da questo momento, modello di emancipazione femminile.

 

Nellie Bly, o meglio Elizabeth, muore giovane, nel 1922, a causa di una polmonite. Il suo esempio, però, resta vivo non solo in me, ma in tutti coloro che, affascinati dalla personalità e dal coraggio di questa incredibile donna, decidono di scolpire nella mente le ultime parole pronunciate un mese prima di morire:

 

I have never written a word that did not come from my heart. I never shall.

 

 

Bianca Marmo

 

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