Il sapore amaro della prigionia nei ghetti dei caporali italiani

November 9, 2017

“E mi domando cosa siamo, noi, se mangiando un mandarino a tavola, d’inverno, non sentiamo il sapore amaro della prigionia”

Yvan Sagnet

 

Muti, indifesi, cittadini di nessun luogo, impauriti, invisibili.

Vite svuotate di senso da una filiera produttrice di schiavitù e morte. Sono le vittime di un fenomeno che per anni si è tentato di mantenere in ombra attraverso un processo di negazione e che per anni ha prodotto ricchezza dalla miseria: il caporalato.

Il caporalato feroce, “l’intermediazione illegale tra lavoratore e datore di lavoro”, che rinchiude i lavoratori in veri e propri ghetti a pagamento, in cui tutto ha un prezzo e nulla è dovuto, non il rispetto di un contratto di lavoro, non l’assistenza di un medico in caso di bisogno, neppure la possibilità di lasciare il ghetto senza essere sottoposti a ricatto. Perché del bracciante non deve restare nulla, il bracciante è uno strumento produttivo, nulla di più. E il lavoro agricolo non è più intervento sulla natura, ma un’attività obbligatoria, coatta, dovuta, che produce ricchezza illegale sull’abbattimento dei salari e sull’aumento dei bisogni primari, che fa crescere il PIL, ma assorbe manodopera.

Condizioni di lavoro, modalità di produzione, assenza di tutele, tutto è “lecito”, come in una sorta di scenario pre-moderno, ma che vive in una dimensione criminale che si potrebbe definire mafiosa.

 

Lombardia, Piemonte, Lazio, Campania, Puglia, Basilicata, Calabria, Sicilia, Emilia Romagna.

Sono i luoghi in cui ogni giorno almeno 400.000 braccianti, sia italiani che stranieri, sono prigionieri di un’economia agricola basata sullo sfruttamento e tenuta insieme da una catena che funziona più o meno così: il bracciante percepisce in base alla imponderabile volontà del caporale; il caporale sottrae in base al suo soggettivo desiderio di rapina; il proprietario della terra versa al caporale una cifra secondo le convenienze fissate dai compratori del prodotto; i compratori rivendono e/o trasformano il prodotto a una cifra nettamente superiore a quella pagata.

Ogni giorno il bracciante paga al suo caporale circa 10 euro: 5 euro per il trasporto, 3,50 euro per bere e mangiare, 50 cent per il posto letto nel ghetto, 50 cent per la ricarica del cellulare. Un caporale ha in media 100 braccianti sotto il suo controllo. I conti sono semplici.

Ogni giorno il bracciante non sa quanto guadagnerà. Non ha capacità né potere contrattuale e sa solo che percepirà qualcosa, qualcosa di non quantificato ma che lo aiuti a (soprav)vivere. Non sa neppure quanto dovrà lavorare, perché se aumenta la domanda di arance ad esempio, il bracciante può entrare nel campo alle 6 del mattino e uscirne alle 23.

Condizioni di lavoro agghiaccianti, anche 18 ore di lavoro consecutive, sotto il sole cocente e anche durante il Ramadan. “Mentre nel mio paese la dignità è sacra, a tutti i livelli della scala sociale, il sistema dei campi di lavoro in Italia è appositamente studiato per togliere ai braccianti anche l’ultimo scampolo di umanità”, scrive Yvan Sagnet, promotore del primo sciopero di braccianti stranieri nelle campagne pugliesi di Nardò. Nel 2011 a Nardò succede qualcosa che i caporali non avevano previsto: Sagnet e gli altri braccianti si sollevano ed è l’inizio della rivolta il cui simbolo diventerà lo striscione “Ingaggiami contro il lavoro nero”. A un anno e mezzo da quella di Rosarno, la protesta riesce a guadagnare un eco nazionale e le istituzioni sono costrette ad ammettere l’esistenza del problema del caporalato, fino ad allora protetto dall’omertà, e ad avviare l’operazione Sabr, che ha colpito l’organizzazione criminale di Rosarno, Nardò e altre città della Puglia.

 

 

Campi di lavoro, ghetti. Lavoratori, schiavi.

Cos’è un ghetto? Un luogo in cui si vive, coattivamente. E dove si vive? Nella stalla. E in quanti? In dodici. E chi ci vive? Lavoratori. Sono lavoratori, talvolta licenziati, espulsi da altri sistemi produttivi, come l’industria. Sono schiavi.

Alcuni scompaiono, come i corpi dei due studenti polacchi venuti a lavorare stagionalmente in Puglia nel 2008 e inghiottiti dalla terra, mai più tornati.

Alcuni muoiono, come Paola Clemente: 47 anni, cardiopatica cronica, assunta da un’agenzia di somministrazione del lavoro, ogni giorno percorreva in pullman 150 km all’andata e al ritorno da Palagiano, un paese della Murgia tarantina, per andare a lavorare in provincia di Barletta. Guadagnava 2 euro all’ora ed è morta di fatica nell’estate del 2015, per 2 euro all’ora. Una vicenda che sarebbe stata archiviata in fretta e furia se il marito e i figli non avessero avuto la determinazione per presentare denuncia e fare in modo che venisse aperto un fascicolo e compiuto il “miracolo”. I braccianti sono impauriti, non sporgono denuncia, non ne parlano, temono i caporali. Ma le colleghe di Paola hanno parlato. I contratti falsi, la paga reale, la condizione di sfruttamento. A Paola è stata “dedicata” la nuova legge anti caporalato approvata qualche giorno fa dalla Camera dei Deputati. La nuova legge prevedere che ad essere condannato non sia solo il caporale ma anche il datore di lavoro che sfrutta il personale reclutato dai caporali e che lo faccia a prescindere da comportamenti violenti o intimidatori, spesso difficili da provare.

 

Sono queste le vicende, i volti e le braccia che sono ormai il simbolo dell’esercito che compone il proletariato agricolo sfruttato da un sistema immorale nei confronti delle persone e della terra e produttore di annullamento e morte. Sono questi i luoghi di un paese ridisegnato dall’ingiustizia e dall’indifferenza. 

Sono questi i tentativi di denuncia per uscire da una trappola di illegalità e inumanità ormai impossibile da ignorare. 

 

Beatrice Gallo

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