La bontà incondizionata che supera la morte


“[…] abbiamo quasi disimparato a ridere.

[…] mi viene un gran desiderio di divertirmi anch’io pazzamente e di ridere a crepapelle. […] A volte mi domando: ‘Che non ci sia nessuno capace di comprendere che, ebrea o non ebrea, io sono soltanto una ragazzotta con un grande bisogno di divertirmi e stare allegra?’”.

(Anna Frank, anno 1943)

“Anna è morta”.

Non ricordo le circostanze esatte che mi hanno portata ad immergermi nella lettura del famoso diario, quando ero appena adolescente. Ricordo di aver ‘divorato’ le pagine, affezionandomi sempre di più alla voce narrante, a quella ragazzina che sentivo così vicina alla mia sensibilità. Ricordo di essermi appassionata alla storia tormentata tra la protagonista e Peter, di aver gioito con lei al pensiero che la salvezza non fosse così lontana, di aver provato paura e rabbia ad immaginarmi per un istante al suo posto. Ciò che ricordo con più tristezza, tuttavia, è la mia voce che sussurra “Anna è morta” e il mio cuore improvvisamente pesantissimo. Quella è stata la prima volta, ma anche l’unica, in cui ho pianto dopo aver finito un libro.


Di Annelies Marie Frank non si sanno molte cose, però si conoscono quelle più importanti.

Innanzitutto, Anna – nome italianizzato – era una ragazzina nata nel 1929, dapprima tedesca, in seguito apolide e infine olandese di adozione. Nel 1942, a soli tredici anni, fu costretta a nascondersi, con altre sette persone, in un alloggio segreto per sfuggire alla persecuzione nazista: la sua ‘colpa’ era quella di essere ebrea. È lei stessa a raccontarci i dettagli relativi alla sua vita attraverso il diario che aggiornò per due anni, fino alla deportazione nel campo di concentramento di Bergen-Belsen. Lì morì, a pochi giorni di distanza dalla sorella Margot, di tifo esantematico. Era il 1945, tra febbraio e marzo; di lì a pochi mesi, l’Olanda fu liberata, ma soltanto Otto, il padre, poté gioire della ritrovata libertà, ancora ignaro del tragico destino che toccò al resto della sua famiglia.


“[…] Tu qui rinchiusa leggi e studi tutto il dì,

Chi mai pensato avrebbe di vivere così?

Tu sei così fra noi un soffio d'aria pura

E solo ti lamenti: "Mi arriva alla cintura

La camicia più lunga e non ho più braghette.

Che cosa indosserò? Le scarpe sono strette,

Per metterle dovrei tagliarmi via le dita.

Oh Dio come mi angustiano i guai della vita!".

(Poesia composta da Otto per il compleanno di Anna, anno1943)

Tra il 1942 e il 1944, dunque, Anna fu costretta a vivere imprigionata. Dovette crescere troppo distante dal resto del mondo e troppo vicino a persone con cui la convivenza si faceva sempre più complessa. Nel diario il suo cambiamento è ampiamente documentato: la necessità di avere un contatto fisico con un ragazzo, il desiderio di essere compresa e la convinzione di essere sola, l’umore instabile, il rapporto tormentato con la sua famiglia, la nuova saggezza acquisita. La sua penna diventa più affilata, brillante, profonda; Anna sentiva su di sé il peso del doppio dei suoi anni, ma solo Kitty, il suo diario, sembrava in grado di accogliere il suo tormento. Anna era straordinaria perché, in mezzo alla paura e all’attesa, non smise mai di vivere: si rifiutava di subire passivamente la depressione che la schiacciava, ma continuava a studiare, a leggere, a scrivere, ad appassionarsi, ad analizzare se stessa e il suo rapporto con gli altri. Anna non era ingenua, bensì eccessivamente consapevole per la sua età, ma il desiderio e la speranza di poter tornare a correre e a ridere bastavano a rendere quell’inferno un po’ meno claustrofobico. Anna aveva solo 13 anni quando si trovò ad affrontare questo incubo, ma fu per tutti, grandi e piccoli, l’esempio di come la bontà deve rispondere all’odio: continuando a vivere, a preoccuparsi dei piccoli problemi quotidiani, a ridimensionare la paura.


“Spero una cosa sola, cioè che questo antisemitismo sia di natura passeggera, che gli olandesi si mostrino come sono, che non tentennino mai nel loro senso di giustizia. Perché l'antisemitismo è ingiusto!”

(Anna Frank, anno 1944)

Durante i due anni di reclusione, Anna condivise con Kitty le sue riflessioni, talvolta più ‘leggère’, altre volte più profonde. Ogni tanto, tra il crescere dei suoi sentimenti per Peter e i costanti giudizi nei confronti degli altri abitanti del nascondiglio, parlava di politica, di razzismo, di antisemitismo. Non riusciva a comprendere il senso di un odio ingiustificato, ma sempre più diffuso, nei confronti degli ebrei. Essere ebrea, dapprima, le impediva di prendere il tram, di frequentare i locali pubblici, di continuare a coltivare le sue passioni; ora, invece, l’etichetta di ebrea l’aveva addirittura privata della libertà e della spensieratezza che la caratterizzavano. Essere ebrea, però, non era una colpa, questo Anna lo sapeva bene. A renderla tale erano persone malate, ignoranti, mitomani, persone che, nonostante le sue preghiere, tentennarono e persero di vista la ragione e la giustizia. “L’antisemitismo è ingiusto!”. Queste poche parole riassumono il senso di ciò che si potrebbe dire usando mille perifrasi. Poco più che bambina, quindi, ma già estremamente saggia.


Cosa direbbe, oggi, se potesse vedere quanti passi indietro abbiamo fatto? Chissà cosa penserebbe di fronte alla notizia di pochi giorni fa: “Svastica sul cartello della scuola ‘Anna Frank’ di Pesaro”. Oppure: “Adesivo antisemita all’Olimpico: Anna Frank veste la maglia della Roma”. O ancora: “Anna Frank, vergogna antisemita anche in Germania: ultras le mettono maglietta della squadra rivale”.

Da simbolo dell’Olocausto a ‘figurina’ antisemita: anni di storia, di morte, di ingiustizia totalmente archiviati. La svastica sul cartello della scuola, però, non era abbastanza. I delinquenti, ad oggi ancora ignoti, hanno imbrattato un cartello di divieto con la scritta “vietato introdurre ebrei” e un tratto di strada con la scritta “make war not love”, accompagnata da un’altra svastica e dal simbolo delle SS.

Quello che definirei il capolavoro dell’ignoranza.


Cosa siamo diventati? Anna, perdonaci. La tua morte e quella di tutte le vittime innocenti dell’Olocausto non è stata compresa, la tua memoria è stata calpestata, il tuo appello alla bontà è stato ignorato. Credo che non esistano parole per esprimere il disgusto che provocano azioni simili. “L’antisemitismo è ingiusto!”. Certo, non c’è stato nulla di ‘giusto’ in tutto il dolore inflitto in nome di un delirio di onnipotenza. Speravamo che i tempi fossero cambiati, credevamo di non dover più affrontare episodi vergognosi come quelli degli ultimi mesi. Avevamo la tua stessa fiducia nell’umanità, Anna. Tu l’hai mantenuta con determinazione fino alla fine, noi la stiamo perdendo. Quando neanche le parole di chi ha vissuto l’inferno toccano la sensibilità di anche solo un essere umano, perdiamo tutti quanti. Tutti, tranne te.



“Anna è morta”.

Anzi, Anna è stata uccisa.

Non solo: Anna è stata sbeffeggiata, molestata, ignorata, non solo nel campo di Bergen-Belsen, durante l’Olocausto, ma ancora oggi, decenni dopo, ovunque ma soprattutto qui, nel nostro Paese. Anna rimarrà per sempre una ragazzina sorridente e composta, dallo sguardo acceso e attento. La immagino mentre osserva i vandali in azione, con il suo sguardo penetrante e un mezzo sorriso sul volto stanco, pensando “Mi hanno uccisa un’altra volta”. È vero, Anna, ma tu non morirai di nuovo. Questa notte ti ho tenuta viva nei miei pensieri, rileggendo ancora una volta il tuo meraviglioso diario, perché sentivo di dover annullare con il mio piccolo contributo una parte del torto che ti hanno fatto. Guido Catalano ha intitolato una sua raccolta di poesie “Ogni volta che mi baci muore un nazista”, ebbene, io mi permetto di modificarla: ogni volta che leggi muore un nazista. Che questo diventi il nostro motto, la nostra ispirazione. Lo dobbiamo a te.


E' un gran miracolo che io non abbia rinunciato a tutte le mie speranze perché esse sembrano assurde e inattuabili. Le conservo ancora, nonostante tutto, perché continuo a credere nell'intima bontà dell'uomo.

Mi è impossibile costruire tutto sulla base della morte, della miseria, della confusione. Vedo il mondo mutarsi lentamente in un deserto, odo sempre più forte l'avvicinarsi del rombo che ucciderà noi pure, partecipo al dolore di milioni di uomini, eppure, quando guardo il cielo, penso che tutto si volgerà nuovamente al bene, che anche questa spietata durezza cesserà, che ritorneranno l'ordine, la pace e la serenità. Intanto debbo conservare intatti i miei ideali; verrà un tempo in cui saranno forse ancora attuabili.

(Anna Frank, 15 luglio 1944, pochi giorni prima di essere catturata)

Bianca Marmo

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