In una parola, volontariato: racconto di un’esperienza di Riso, gratuità e condivisione

November 30, 2017

9 novembre. Un tardo giovedì pomeriggio milanese, di quelli tipici dei primi freddi e delle prime nebbie, in cui tutti sfrecciano in macchina per tornare a casa, pregustando una serata al caldo del proprio divano, per avviarsi in tranquillità verso il fine settimana. Anche io e le due amiche con cui ho fatto il tragitto, forse, stavamo desiderando il momento in cui saremmo tornate a casa, contando le ore che ci separavano dal divano, senza dirlo. Almeno, io ammetto di essere stata un po’ scettica su un evento del genere in chiusura di un’estenuante giornata universitaria: il freddo, la titubanza di non conoscere la maggior parte dei partecipanti, un po’ di timore che potesse esserci richiesta qualche competenza che non avevo, chissà. Comunque, superiamo la porta locale e si apre un mondo: onestamente, l’unica immagine che mi viene in mente per descrivere la scena che ho trovato davanti a me è la fabbrica di Babbo Natale in quei film natalizi che hanno fatto compagnia a tanti pomeriggi di dicembre della mia infanzia. Una miriade di elfi che lavorano incessantemente e sembrano ignorare il delirio che c’è nelle città umane. Sarà per le magliette rosse, per gli scatoloni pronti da spedire, per le lunghe tavolate a mo’ di catena di montaggio; sarà per la musica alta, per il vocio incessante, per le risate. Insomma, non saprei descrivere cosa ci fosse in quel luogo ma c’era qualcosa di magico. Eravamo tanti, anche più del previsto, e tutti ci prestavamo all’operazione, lungo la lavorazione dei pasti, che più richiedeva il nostro aiuto. Tuttavia, sono certa che ogni volta che il gong suonava, indicando che erano stati preparati altri 1.000 pacchetti, ognuna di quelle persone provasse la stessa sensazione, un’emozione che univa tutti: ora posso dire di avere in comune quell’emozione con ciascuno degli altri ragazzi, di Students for Humanity, di Kraft-Heinz e di Rise Against Hunger.

 

 

Il bilancio della World Health Organization è il seguente:

“1.9 billion adults are overweight or obese, while 462 million are underweight.

52 million children under 5 years of age are wasted, 17 million are severely wasted and 155 million are stunted, while 41 million are overweight or obese”.

Di fronte a questi numeri sembra uno scherzo dire “Rise against Hunger”, riso contro una sorta di mostro che nell’immaginario collettivo è il nemico invincibile per eccellenza: quante volte ci è capitato di esclamare “Non ti ho mica chiesto di sconfiggere la fame nel mondo!”, e invece in tanti eravamo lì a portare il nostro contributo nella battaglia contro la fame, con in mano l’arma più semplice e innocua del mondo, del semplice riso, che diamo ogni giorno per scontato, o addirittura che spesso disprezziamo sulle nostre tavole. Ecco, ad ogni suono del gong tutti abbiamo sentito di aver guadagnato qualche metro di terra nel campo nemico: piccoli passi, perché restano 13.000 pasti a fronte di 224 milioni di bambini malnutriti, ma pur sempre passi preziosi. Preziosi per i piccoli studenti dello Zimbabwe che si nutriranno grazie a quei 13.000 pasti; preziosi per Rise against Hunger, verso l’obiettivo di vincere la battaglia entro il 2030; preziosi per Kraft-Heinz, verso l’obiettivo di donare 1 miliardo di pasti entro il 2020. Preziosi, infine, per noi volontari, per averci dato la possibilità di pensare ancora una volta a qual è il motivo per cui facciamo volontariato.

 

 

Per quanto mi riguarda, uscendo da lì, quella sera, mi sono trovata a riflettere su cosa significhi “volontariato”. Ho concluso innanzitutto che la traduzione inglese, volunteering, renda meglio la percezione che ne ho, perché è una forma verbale, indica un’azione: volunteering significa che io sto facendo qualcosa, mi sto mettendo in gioco, e lo sto facendo per scelta, perché lo voglio. Mutuo di nuovo un’espressione inglese per sottolineare l’aspetto di gratuità intrinseco e fondamentale del volontariato: il concetto di gratuitamente, for free, è legato a freedom. Libertà. Credo che ogni volta che un volontario fa volontariato (molto più spesso di quanto pensiamo, se consideriamo quanto la gratuità parta dalle piccole azioni di ogni giorno) colga una libertà che allarga le sue possibilità di scelta: non si tratta di un aut-aut tra cosa è positivo per lui e cosa è positivo per il destinatario, bensì di essere arricchito dal fare qualcosa per un’altra persona – magari sconosciuta – pur senza averne l’obbligo o la necessità.

 

9 novembre. Prima dell’evento, avevo la possibilità di decidere se andare o non andare, cedendo al calduccio di casa. Dopo l’evento, una consapevolezza nuova sul valore della scelta di andare, di agire, di aver optato per “fare” volontariato, volunteering. Tra il prima e il dopo, tre parole: gratuità, libertà, condivisione. Grazie a Students for Humanity, a Rise against Hunger e a Kraft-Heinz, per avermi dato la possibilità di sperimentare queste tre parole ancora una volta; grazie ai 13.000 bambini che in Zimbabwe mangeranno quel riso; grazie infine agli altri volontari con cui ho condiviso quest’esperienza, perché so che almeno per un attimo abbiamo provato la stessa emozione.

 

 

 

Carolina Laghi

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