NON C’È SOLO DISTRUZIONE IN SIRIA: l’esperienza di un giovane studente italiano in Rojava

December 5, 2017

 

Francesco è un ragazzo di 21 anni. È al suo secondo anno di Scienze geografiche per l’ambiente e per la salute all’Università La Sapienza di Roma. Due settimane fa, Francesco è tornato da un lungo viaggio alla scoperta del Rojava, un territorio a nord della Siria dove si sta costruendo una democrazia nella quale, contrariamente alla maggior parte degli stati circostanti, le donne hanno un ruolo centrale nella vita sociale e pubblica. Il Sistema Federale Democratico del Nord della Siria è una regione autonoma de facto, ed in prospettiva, un fenomeno unico nel momento storico durante il quale sta prendendo vita. In questa prima intervista, Francesco ci spiega le motivazioni che lo hanno portato ad intraprendere questo viaggio e ci espone, in maniera generale, la natura del progetto democratico del Rojava.

 

Sei partito in compagnia? Se sì, con chi sei partito e perché?

 

Sono partito con una delegazione del sito d’informazione alternativa InfoAut. InfoAut è un organo d’informazione che prende le distanze dal “media mainstream” e si rifà ad un network strettamente legato al tessuto sociale. Infatti, la delegazione con la quale sono partito è stata organizzata da una serie di collettivi ed assemblee che ogni giorno svolgono un lavoro sociale all’interno di quartieri, università e posti di lavoro.

 

Cosa ti ha spinto ad intraprendere questo viaggio?

 

Le motivazioni sono chiaramente varie. Sicuramente alla base di questa scelta c’è la volontà di toccare con mano e vedere con i miei occhi uno dei luoghi che nell’ultimo secolo è stato più volte il centro della geopolitica mondiale e dove spesso sono confluiti e si sono scontrati gli interessi delle potenze che governano il mondo. Un altro fattore determinante in questa scelta, è il mio interesse e curiosità rispetto al fenomeno ISIS. Volevo capire quale fosse la realtà sul campo, al di là degli attacchi sporadici di quest’ultimo nelle città europee. Ritengo che il paradigma del fondamentalismo religioso sia poco calzante in ciò che concerne un fenomeno che ha radici politiche e sociali che vanno addietro nella storia di almeno due decenni. Esistono eventi storici e accadimenti sociali che direttamente o indirettamente hanno dato vita al fenomeno ISIS. Infine, l’unicità del progetto che si sta realizzando nella regione del Rojava ha indubbiamente influenzato la mia scelta di intraprendere questo viaggio.

 

Che cos’è il Rojava?

 

Il Rojava è un territorio curdo nel quale, a partire dal 2012, viene portato avanti un progetto definito confederalismo democratico. Alla base di questo progetto vi sono fondamentalmente tre elementi: l’autonomia democratica, la liberazione della donna e l’autodifesa. Mi vorrei soffermare su quest’ultima. Non si parla di autodifesa armata, o meglio non soltanto di quella, bensì l’autodifesa è soprattutto intesa a livello culturale e sociale. In altre parole, il confederalismo democratico si presenta come l’unica vera possibilità per la risoluzione di conflitti che da almeno un secolo affliggono il Medio Oriente. In questo senso, si parla di autodifesa rispetto alla volontà di uomini e donne che sostengono il progetto del confederalismo democratico di far sì che religioni ed etnie convivano e coesistano pacificamente negli stessi territori senza che una debba soccombere all’altra. È chiaro, inoltre, che la liberazione della donna è un altro punto focale di questo progetto democratico. Quest’ultimo mira, in ultima analisi, alla liberazione dell’essere umano e tale liberazione non può realizzarsi se non attraverso la liberazione delle donne stesse. In maniera pratica, il confederalismo democratico sostiene la donna e la sua autonomia non solo da un punto di vista sociale, ma anche e soprattutto, da un punto di vista istituzionale. A tal proposito, mi riferisco alla cosiddetta assemblea delle donne, un luogo di confronto istituzionale “al femminile” che poi, a sua volta, confluisce in un confronto trasversale che include anche l’uomo. La donna acquista un ruolo di primaria importanza sotto tutti i punti di vista, e ben lungi dall’essere una rivoluzione di genere, il confederalismo democratico crede nell’importanza del dialogo donna-uomo alla pari. Non vorrei dilungarmi troppo, ma l’enfasi che questa rivoluzione pone sulla donna è qualcosa di unico, se si pensa a qualsivoglia rivoluzione socialista e comunista.

 

Hai parlato di liberazione dell’uomo e di autonomia, potresti definire meglio questi punti?

 

 Abdullah Ocalan può esser considerato come il leader morale della rivoluzione che sta prendendo vita in Rojava, anche se è difficile parlare di leader rispetto ad un fenomeno che penetra trasversalmente e orizzontalmente in tutti i territori del Rojava. Ha scritto vari libri che rappresentano, con la dovuta cautela, il testo fondante di questo progetto. In uno di questi libri, Ocalan ripercorre la storia dell’uomo a partire dal neolitico, immaginando tale storia come il corso di un fiume. Nel momento in cui si sono formate le prime civiltà, questo fiume ha subito una deviazione causata dall’imposizione del sistema statale (nelle sue forme più primordiali). Il sistema stato opprime la libertà dell’uomo e, in particolare, quella della donna, poiché “fondato e fondatore“ di una società di natura patriarcale. Quello che il confederalismo democratico tenta di fare è di fortificare gli “anticorpi” della società per far sì che la stessa si governi in maniera autonoma, così evitando di essere soggetta al giogo dell’apparatus statale. Per rafforzare la società, si parla appunto di autodifesa e liberazione della donna, nel senso di riscoperta delle proprie radici ancestrali che, in Medio Oriente, hanno poco a che vedere con lo stato-nazione e le sue gerarchie patriarcali.

 

Parli di autonomia e “auto-organizzazione”, che cosa intendi in maniera pratica? Il Sistema Federale Democratico della Siria del Nord (o Rojava) è uno stato o no?

 

Il confederalismo democratico può sembrare uno stato nella sua suddivisione territoriale ma è qualcosa di più. Il Rojava, infatti, è diviso in cantoni e questi ultimi sono suddivisi in comuni. In questi comuni si riuniscono le assemblee, luoghi di confronto aperti a uomini e donne dove si tratta di problematiche attinenti alla vita del comune e alla sua gestione. Quando tali problematiche hanno a che fare anche con altri comuni, l’eventuale risoluzione viene assegnata all’assemblea dei cantoni e così via fino ad arrivare all’assemblea della Confederazione. In questo senso, si potrebbe pensare, per esempio, che l’iter legislativo abbia delle tempistiche abnormali e che sia difficile raggiungere una condivisione di intenti su scala confederatica. Ebbene, la forza di questo progetto sta nell’associazionismo sociale ossia la presenza capillare di associazione e organizzazione in Rojava nelle quali uomini e donne possono esprimere la propria opinione e, in maniera diretta o indiretta essere protagonisti della vita pubblica dei comuni, dei cantoni e del territorio confederato; il tutto senza il bisogno di una struttura gerarchica.

 

In altre parole, quello che propone il confederalismo democratico è la continua e costante partecipazione alla vita politica e sociale della popolazione, sia che si parli di curdi, sia che si parli di arabi (molto presenti in alcune aree della Siria del nord, così come azidi, ceceni, turcomanni o ancora cristiani, musulmani, zoroastriani etc.) Come avviene nella pratica la partecipazione della società civile? Avviene, in primo luogo, attraverso “piccole strutture decisionali decentrate”, nulla viene imposto ma è il risultato delle necessità e delle esigenze della popolazione. La domanda che sorge spontanea è: “Quale certezza si ha di comprendere fino in fondo quali siano queste esigenze?”  Facciamo un esempio: la legge delle donne promulgata il 15 ottobre 2014. Da molti anni in tutto il Rojava si sono diffuse le case delle donne (malajine), luogo non solo di incontro per le donne e le giovani donne, ma anche un punto di riferimento per tutte coloro che necessitano di un aiuto, sia in termini materiali che non. Ricordiamoci che in Medio Oriente, come del resto in tutto il mondo, il sistema patriarcale ha collocato le donne nel gradino più basso della scala sociale, costringendo queste a subire una continua violenza, sia fisica, nel caso di stupri, lapidazioni, uccisioni etc., sia psicologica, oltre che istituzionale, di qualsiasi tipo di istituzione si tratti. Ed è proprio qui che interviene la casa delle donne, o la Kongra Star, organizzazioni e associazioni autonome e indipendenti che collaborando attraverso il continuo lavoro sociale nei territori, città e villaggi, riescono da una parte a dare sostegno alle donne e dall’altra comprendere attraverso questa prassi quotidiana, quella che è la via della liberazione delle donne, e quindi della società tutta. Ed è proprio su queste basi che ha preso vita la legge sulle donne, intervenendo su questioni molto urgenti come il divorzio, i matrimoni con giovani donne, la violenza contro queste e la poligamia, che riduceva la donne a un mero bene utile per appianare divergenze e conflitti fra clan e tribù. L’iter legislativo che portò all’entrata in vigore di tale legge, nonostante possa sembrare lungo, passando, infatti, per le assemblee delle comuni, per il cantone, per la federazione, per poi ritornare indietro, non è stato poi effettivamente così lungo poiché plenariamente condiviso e supportato dai cittadini e dalle cittadine del Rojava.

 

Per quanto riguarda il rapporto tra il progetto della confederazione democratica e lo stato-nazione, vorrei citare alcune parole di Abdullah Ocalan: “La convivenza pacifica fra stato-nazione e confederazione democratica è possibile finché lo stato non interferisce. Qualsiasi tipo di intervento in tal senso richiederebbe l’autodifesa della società civile” (A. Ocalan). In altre parole, il Rojava ha scelto quella che viene chiamata la terza via. Uno stato fantasma come quello siriano, che da molti anni mette in scena continui massacri, anche e in particolar modo, contro i curdi, e che non riesce a gestire e difendere in alcun modo il territorio siriano, da una parte e dall’altra la via creata dal panarabismo, o dal nazionalismo curdo, non sono stati in alcun modo capaci di risolvere decennali e secolari conflitti che affliggono la Siria. La critica sulla quale si fonda il progetto del confederalismo democratico non è soltanto allo status quo, né a scelte politiche e sociali sbagliate portate avanti negli ultimi anni. La critica, portata avanti da Ocalan negli scritti dal carcere, è alla modernità capitalistica, proponendo come alternativa una modernità democratica. Il modello di stato-nazione, sviluppatosi con le prime affermazioni delle prime civiltà, i.e. sumeri, ha costretto l’essere umano, e in particolare la donna a vivere una vita fatta di schiavitù e oppressione; in tal senso, il sistema democratico è stato deviato dal sistema statalista ponendo lo sviluppo del processo democratico e l’evoluzione verso una democrazia partecipativa in fase di stallo.  In altre parole, il confederalismo democratico cerca di rafforzare la società al fine di rendere meno forte il potere dello stato-nazione. Tuttavia, questo progetto non può fare altro che svilupparsi in maniera graduale. A livello pratico come funziona? Ritorniamo quindi alla questione della legge sulle donne: sulle basi di quel lavoro sociale di cui abbiamo parlato prima è stata emanata questa legge…e se qualcuno non rispetta la legge che cosa succede? Ci si potrebbe chiedere se esistano in Rojava la polizia, i tribunali e le carceri. La risposta è sì, ma la domanda è sul quando queste istituzioni entrino in gioco. Ancora una volta il lavoro viene messo prima di tutto nelle mani della società civile attraverso le associazioni e le organizzazioni alle quali facevo riferimento prima; si tenta, prima di tutto, di fare un lavoro sociale nella popolazione e “culturale” nell’individuo cercando di prevenire. Soltanto nei casi più gravi, entra in gioco la polizia, e vengono utilizzate le carceri, luoghi dove si cerca di riabilitare il trasgressore in maniera concreta, partendo dal presupposto che alle spalle di qualsivoglia azione eticamente sbagliata ci sono, in ogni caso, migliaia di anni in cui l’uomo ha esercitato la sua forma di potere sulle donne sulla base di gerarchi profondamente ingiuste. Non è questione di giudicare e condannare ma di cambiare una cultura patriarcale e maschilista partendo dalle “piccole cose” e dal singolo individuo.

 

Che cosa differenza questo progetto da altri progetti democratici? Il riferimento all’autodifesa potrebbe essere tacciato di essere una facciata per un mero squadrismo di quartiere…

 

La questione dell’autodifesa è centrale in tutto questo. Ocalan nella sua ideologia e nei suoi scritti ha dato molta importanza alla questione dell’autodifesa e, pertanto, è giusto soffermarsi su questo punto. Autodifesa di cosa? Autodifesa culturale, sociale e politica.  Viene portata avanti sia a livello della federazione (YPG, unità di autodifesa popolare, YPJ unità di autodifesa delle donne)  fino ad arrivare all’autodifesa nei quartieri. Non si tratta di eserciti, non si tratta di squadrismi nei quartieri, si tratta di un’autodifesa che va dagli 8 ai 99 anni, dando il giusto valore e la giusta importanza alle radici culturali etniche e religiose, creando così quegli anticorpi nella società che decide concertatamente di autodifendersi. Sarebbe interessante capire, infatti, come mai “di fronte al drappo nero (dell’ISIS) si sono sciolti al sole interi eserciti e la sua barbarie ha spinto alla fuga e sottomesso milioni di arabi, curdi, cristiani, sciiti, yazidi”[i] e l’unica forza che è riuscita – soprattutto in un primo momento con la leggendaria resistenza di Kobane che ha fatto vibrare i cuori di tutto il mondo  – a sconfiggere l’ISIS siano state le forze di auto difesa YPG e YPJ. Queste forze fanno parte della SDF (Syrian Democratic Force) che ricordiamo ha da poco più di un mese liberato Raqqa, capitale dello stato islamico e principale roccarforte dell’ISIS in Siria.

 

L’intervista continua…

 

Domenico Carofiglio 

 

 

 

 

 

[i]  Negri, A. (2016) Prefazione de La trappola Daesh: lo stato islamico o la trappola che ritorna, Pierre-Jean Luizard, Rosenberg & Cellier: Torino.

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