Quanto vale una vita?

December 12, 2017

Quanto vale una vita? È un interrogativo che si sono poste tante persone nella storia. Se lo sono chiesto i mercanti di schiavi africani che per due secoli hanno venduto manodopera da sfruttare nelle piantagioni delle colonie americane; se l’è chiesto Oskar Schindler quando cominciò ad acquistare ebrei deportati nei campi di concentramento polacchi per impiegarli nella sua fabbrica, strappandoli alla morte. Ma questi sono episodi che appartengono al passato, pagine di una storia terribile ma ormai trascorsa e archiviata.

È, ormai, pacifico che la vita abbia un valore non quantificabile, è un diritto fondamentale, indisponibile e inviolabile, che per espressa disposizione di legge sfugge al dominio pressoché indiscusso del meccanismo della domanda e dell’offerta. Lo riconoscono, secondo formule diverse, l’art. 13 della Costituzione italiana, il XIII emendamento di quella degli Stati Uniti d’America, il preambolo della Carta delle Nazioni Unite e molti altri documenti.

 

Nel XXI secolo è impensabile che ci siano risposte diverse, addirittura confliggenti, a questo interrogativo… giusto? Sbagliato.

Come viene mostrato in un video denuncia divulgato dalla CNN, attualmente in una decina di città della Libia, tra cui la capitale, Tripoli, Zuwara e Sabratah, si svolgono traffici commerciali che hanno ad oggetto persone; questi avvengono tipicamente nella forma dell’asta, il cui prezzo base, per un ragazzo “grande e forte, adatto ai lavori nelle campagne”, è di 400 dollari; ovviamente, per chi possiede un valore di mercato più basso, in quanto di sesso femminile o, semplicemente, meno prestante fisicamente, la sorte è ancora meno benigna.

Ragazzi tra i 20 e i 30 anni, in seguito ad un viaggio estremamente periglioso attraverso gli Stati dell’Africa, giungono alla costa libica, l’ultima e più difficile tappa, quella in cui la fede e la speranza sono gli appigli più sdrucciolevoli ma, al tempo stesso, più importanti. Ed è proprio qui che la loro volontà, il loro desiderio di vita, scontato e gratuito in parti del mondo non lontane, viene messo alla prova più duramente.

I trafficanti vendono, infatti, questi esseri umani per estinguere il debito che questi hanno contratto nelle varie tappe del viaggio, a loro volta però le famiglie dovranno pagare ancora per la loro liberazione dall’ultimo acquirente. I prezzi, però, sono così alti che i risparmi di una vita non sono sufficienti e trascorrono mesi prima che le famiglie racimolino la somma necessaria, trasferita tramite internet point; in questo lasso di tempo, queste persone diventano oggetto di ulteriori atti di compra-vendita e, se ciò non fosse abbastanza, la loro degradazione a “cose” avviene anche attraverso la violenza fisica e psicologica che sono costretti a subire.

 

Dopo aver ricevuto un video risalente allo scorso agosto che mostrava la vendita di un ragazzo per il prezzo di 800 dollari, la cifra che viene correntemente sborsata per uno smartphone, una giornalista della CNN, Nima Elbagir, ha deciso di recarsi in Libia e intervistare personalmente le vittime di questi crimini.

Alcuni erano troppo traumatizzati per parlare, altri erano troppo traumatizzati per tacere. Tra questi, Victory, nigeriano di 21 anni, con la lucidità che solo il dolore riesce a conferire, racconta la sua esperienza. Spiega alla giornalista che, nonostante sia stato venduto più e più volte e alla fine, dopo otto mesi, sia riuscito a liberarsi pagando il riscatto, adesso è detenuto in un centro libico in attesa di essere riportato in Nigeria e di “ricominciare dal punto di partenza”.

Tutto è stato vano, ha visto i suoi amici e compagni di viaggio arrivare in Europa, nella terra promessa e dover tornare indietro è “doloroso e frustrante”. Ha investito i risparmi di una vita in questo viaggio e ora si ritrova a mani vuote, non gli importa che nel centro di detenzione gli diano acqua e cibo, “prima di partire avevamo tutti un sogno, la speranza che spingeva ad affrontare le alluvioni, le distese di terra, in vista dell’obiettivo”.

Parla di ciò che lui e tante altre persone che hanno affrontato il suo percorso sono state costrette a subire e di cui molti portano ancora i segni, come la violenza fisica, perpetrata con cavi elettrici e oggetti contundenti, ma mai devastante come quella psicologica; pronuncia una frase sconvolgente: “Most of them lost their lives there; many are dying every day”, perché ci sono tanti modi di uccidere un uomo ma nessuno è lento e crudele come privarlo della propria dignità di essere vivente.

 

Nel XXI secolo è impensabile che diritti così basilari e fondamentali vengano disattesi, ogni giorno e a danno di talmente tanti individui – si stima che i campi libici ospitino tra 400.000 e 700.000 persone.

Una barbarie del genere è inaccettabile, a livello giuridico, sociale ma, soprattutto, umano.

La questione non riguarda solo “i migranti” o “gli sventurati che abitano nei paesi in via di sviluppo”, riguarda qualsiasi essere umano che, adottando per se stesso questa definizione non può distogliere lo sguardo da ciò che accade a un passo da sé solo perché non lo coinvolge in prima persona.

L’appello che rivolgo in questo mio pezzo non ha nulla a che vedere con le idee politiche e sociali ma con qualcosa che prescinde da esse, l’empatia, il “mettersi nei panni dell’altro”; perché se è vero che molti di noi non sono i diretti responsabili delle storture del mondo, da spettatori abbiamo tutti il dovere di dire “basta” e di correggerle.

 

Se vuoi metterti nei panni di Victory e dei suoi compagni, guarda il video: http://edition.cnn.com/specials/africa/libya-slave-auctions 

 

Marta Billè

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