NON C’È SOLO DISTRUZIONE IN SIRIA: l’esperienza di un giovane studente italiano in Rojava - 2° parte

In questa seconda intervista, Francesco ci racconta del suo viaggio da un punto di vista umano. Nella prima parte, infatti, Francesco ci aveva esposto quelle che erano le motivazioni che lo hanno spinto ad intraprendere questo viaggio. Gli abbiamo chiesto di spiegarci cos’è il progetto democratico che si sta realizzando in Rojava. Necessariamente, l’enfasi del discorso è stata posta sui fondamenti teorici che hanno dato vita al Sistema Federale Democratico del Nord della Siria. Quest’oggi, invece, abbiamo chiesto a Francesco di parlarci di emozioni, sensazioni, degli uomini e delle donne, che ha incontrato durante il suo viaggio nella Siria del nord.

Cos’è rimasto del fenomeno ISIS? Gli strascichi della crudeltà dello Stato Islamico si riflettono in maniera evidente tra le rovine di Kobane e di Raqqa, ma da un punto di vista puramente umano, qual è la vox populi nel post-Stato Islamico?

Senza dubbio, ciò che è avvenuto in Iraq e in Siria è un qualcosa che lascerà un segno indelebile nella storia di quei luoghi. Non soltanto la distruzione fisica di città, palazzi, scuole chiese e moschee, oltre che siti archeologici, ma anche un impoverimento del suolo causato da questi anni di combattimenti, sono un qualcosa che impegna costantemente e quotidianamente la popolazione nella ricostruzione delle proprie città e in una nuova valorizzazione dei territori. Inutile ribadire quanto siano stati gravi gli effetti dell’ISIS sulla popolazione, sia a livello sociale che psicologico. Esecuzioni di piazza, lapidazione pubbliche e costanti torture nei confronti di donne e uomini hanno pesantemente influito nella vita di migliaia e migliaia di persone. Negli anni ’30 del Novecento, l’eminente sociologo francese Maurice Halbwachs delineò la teoria sulla memoria collettiva, ossia un insieme di ricordi od esperienze, vissute o meno, che rafforzano legami sociali e al contempo influenzano quella che è l’identità di qualsivoglia collettività, dal microcosmo della famiglia al macrocosmo dello stato-nazione. Ecco, l’occupazione da parte dell’ISIS e la sua caratteristica crudeltà sono ormai parte integrante della memoria collettiva di famiglie, comunità locali e popoli interi tra la Siria e l’Iraq. Ma gli effetti di questa crudeltà sono più pervasivi di quello che uno possa minimamente immaginare. Non può non venirmi in mente ciò che mi è stato raccontato da un heval (significa “amico” nel dialetto Kurmangi ma con un’accezione politica, si potrebbe tradurre come “compagno”) conosciuto a Kobane, dopo una mia domanda su come i bambine e le bambine hanno percepito e “metabolizzato” tutto quell’orrore. Lui mi ha raccontato di come spesso i bambini, in particolare i maschi, giochino imitando tagliamenti di gola in “stile” ISIS. Certe cose, per quanto razionalmente riprovevoli, sono rimaste impresse nella mente di quei bambini e quelle bambine che hanno vissuto i primi anni di vita nella morsa del terrore ISIS. D’altro canto, vedere una città come quella di Kobane distrutta dai bombardamenti o trovarsi a passeggiare in una piazza di Minbij dove sono stati commessi omicidi ed esecuzioni di centinaia e centinaia di persone è un qualcosa che rende poco di fronte alle testimonianze che abbiamo ascoltato da giovani i quali hanno vissuto tali esperienze in prima persona e che hanno passato lungo tempo all’interno delle carceri dello Stato Islamico. Ciononostante, proprio parlando con quegli giovani è facile percepire la forza di un popolo che giorno dopo giorno sta riprendendo forza, un popolo che sta ricreando anticorpi sociali per costruire un qualcosa di diverso dall’ISIS e da quella realtà fatta di guerre e conflitti alla quale il Medio Oriente è fin troppo abituato.

L’informazione in merito alle condizioni sul campo, le alleanze tra le forze presenti nella regione e il ruolo delle organizzazioni internazionali è stata comprensibilmente canalizzata attraverso le narrative dei media occidentali, trovi che vi siano “particolari o gravi omissioni”? In altre parole, pensi che si debba parlare d’informazione di parte, da un lato o dall’altro?

Penso che la mancanza di un’informazione chiara e limpida, ma soprattutto veritiera sia stata e continua ad essere una grandissima mancanza. Lo è in questo momento, mentre a pochi mesi dalla liberazione di Raqqa (rocca forte dell’ISIS in Siria) da parte delle forze siriane democratiche, i combattimenti nella striscia di Afrin sono ricominciati. In questo caso il nemico non è l’ISIS, o meglio non è soltanto l’ISIS. Le YPG e le YPJ (rispettivamente, le forze di autodifesa del popolo e le forze di autodifesa femminili) si trovano in questo momento a dover combattere contro milizie quali Jabhat al-Nuṣra. Quest’ultima, in particolare, affianca l’esercito turco nel tentativo di risolvere il “problema curdo” invadendo territori nella Siria del nord, come Afrin ma anche Minbij, liberata dalla dominazione dello Stato Islamico nell’estate del 2016 e adesso di nuovo sotto attacco turco. Di tutto questo…quanto ne abbiamo sentito parlare dai media “mainstream”? Il ruolo svolto da giornali e mezzi d’informazione ha sicuramente caratterizzato quella che è l’opinione comune nei confronti del fenomeno ISIS e di ciò che sta avvenendo ed è avvenuto in Siria negli ultimi anni. Un’opinione, quella comune, che troppe volte ha fatto affidamento tanto alla parzialità quanto alla mancanza dell’informazione. I retroterra del fenomeno ISIS, come della guerra del Yemen e dei recenti bombardamenti nei territori circostanti Afrin da parte della Turchia, nascondono grosse responsabilità da parte di vari governi occidentali. Eppure vi sono state pesanti ripercussioni di tutti questi eventi anche in Europa, anche nelle “nostre” città. Chi non ha avuto un amico, un parente o anche solo un conoscente in qualche maniera affetto durante gli attentati a Parigi o Barcellona? Quante testate di giornale hanno condannato quei terroristi e quanti personaggi di spicco nella politica europea hanno espresso la loro solidarietà nei confronti dei parenti delle vittime? Ciononostante, fin troppo poco è stato detto di ciò che avveniva in Medio Oriente e in Nord Africa fra un esplosione a Parigi e un camion gettato a capofitto su un mercatino di natale. Il rispetto per il dolore è sempre dovuto, ma se di umanità ve n’è una ed una sola, non si possono usare due pesi e due misure quando si parla di sofferenza umana. Le “omissioni” sono innumerevoli e, a mio parere, l’informazione è stata spesso finalizzata a ricoprire le pagine dei quotidiani dando fin troppa importanza al “vendere la notizia” piuttosto che riportare i fatti realmente accaduti. Forse un’informazione di parte sta diventando una necessità, un’informazione che punti a creare coscienza e consapevolezza della realtà anziché’ sterilizzare eventi che vedono l’occidente più che mai protagonista.

Siamo interessati alla tua esperienza umana e vorremmo che ci parlassi di momenti che preferiresti non aver vissuto.

Più e più volte nel “visitare” il Medio Oriente, o almeno la porzione di terra in cui ho passato gran parte del mio tempo, ho avuto l’impressione di trovarmi in un altro mondo. Ho avuto la possibilità di conoscere culture, lingue, tradizioni, usi e costumi molto diversi da quelli a cui sono stato abituato fin da bambino. Chiaramente, vedere gli effetti della guerra per un ragazzo di vent’anni, che la guerra l’ha vista solo in TV o al cinema, è un’esperienza particolarmente significativa. Ciò che mi ha davvero segnato è stata la graduale presa di coscienza che quella che i miei occhi guardavano con curiosità, stupore, rabbia e tristezza sia la realtà delle cose e doverci fare i conti, anche solo vedendone i risultati, vuol dire capire appieno ciò che sta succedendo in Medio Oriente, vuol dire fare esperienza di un qualcosa che in un modo o nell’altro ci vede responsabili. Quello che ho visto con i miei occhi e che ho vissuto nella Siria del Nord è parte di un processo rivoluzionario che, nonostante le molte difficoltà per la sua natura totalizzante e profondamente radicale, sta scrivendo la storia del Medio Oriente e del globo intero. Tutto era parte di quel percorso e di quel processo e tutto meritava di essere visto e vissuto.

Come siete stati accolti? Hai riscontrato gesti di ospitalità ascrivibili al retaggio della concezione più ancestrale del rapporto ospite-ospitante? Per esempio, la xenia, ossia un sistema di consuetudini incentrato sull’istituto dell’ospitalità, era parte integrante e fondamentale della civiltà greca arcaica. Alla base della xenia, vi era il dovere per gli antichi greci di ospitare chiunque chiedesse riparo. Potresti fare un paragone con il tuo paese di provenienza, ossia l’Italia.

Paragonare l’ospitalità vissuta in quei luoghi e quella a cui siamo abituati in Italia può risultare particolarmente difficile. Allo stesso modo dire che le due non abbiano nulla in comune sarebbe altrettanto sbagliato. Nei due mesi che abbiamo passato nella Siria del nord, in particolare nel primo mese, ci è capitato spesso di essere ospitati dalle famiglie locali. All’interno di appartamenti nelle città più grandi come nelle case di pastori nei villaggi più remoti, l’ospitalità è stata la stessa. Abbiamo dormito, mangiato, fatto la doccia e parlato (un po’ a gesti, un po’ con qualche parola imparata ed impacciatamente pronunciata) e siamo stati trattati come parte della famiglia. Della sacralità dell’ospite già mi era stato parlato in Europa, ma viverlo in prima persona ha avuto tutto un altro effetto….Una sera mi è capitato di trovarmi a casa di una famiglia (per famiglia si intende un nucleo particolarmente grande: zii, zie, cugine fratelli e la lista è lunga), avevamo mangiato verso le 20, ma nonostante la sveglia presto il giorno dopo, all’una di notte ancora non riuscivo a prendere sonno, tanti gli stimoli in quei giorni e troppi pensieri per la testa. Così io ed un altro ragazzo abbiamo deciso di uscire fuori casa per continuare a parlare e fumarci una sigaretta…dopo all’incirca una mezz’oretta ci siamo ritrovati a mangiare dolci e a bere una tazza di chai (the) caldo e a chiacchierare con tutta la famiglia del più e del meno. Per capire di cosa s’intende per ospitalità in quei luoghi e nella cultura locale, basti pensare che il concetto di albergo (fatta eccezione per le grandi città) è un qualcosa che non esiste. Non vi sono senza tetto e i “passanti” e viaggiatori, sia amici che nemici, sono rispettati e accettati. Come dicevo inizialmente, fare un paragone con il nostro paese, in particolare con le nostre grandi città risulta difficile, si parla di culture e tradizioni diverse, quindi l’unica cosa che mi sento di dire è che più che parlarne bisognerebbe farne esperienza diretta.

Ritorneresti?

Non è facile rispondere a questa domanda, nonostante sia un quesito che mi sono fatto più e più volte negli ultimi mesi; in particolare, in questo momento, sapendo che molte delle persone che ho conosciuto durante il mio viaggio si trovano ancora una volta a dover combattere contro un altro nemico, la Turchia, per difendere la loro terra. Due mesi non sono bastati e non bastano per comprendere il valore e il significato dell’autonomia democratica e dell’autonomia delle donne, oltre che per conoscere un popolo, le sue culture e le sue tradizioni. Certamente, c’è tanto da imparare dalla rivoluzione che stanno portando avanti nel Rojava e sicuramente altrettanto c’è da fare qui, in Occidente, per cambiare un sistema che troppo raramente è riuscito e riesce ad intercettare quelli che sono i bisogni e le necessità delle persone. Se dovessi dare una risposta a questa domanda, risponderei senza alcun dubbio di sì, con la consapevolezza che come lì stanno portando avanti la loro lotta, noi qui in Italia e in Europa dobbiamo portare avanti la nostra, sia che si tratti di “autonomia democratica” sia che si parli di liberazione e autodeterminazione delle donne.

Grazie.

Clicca qui per leggere la prima parte dell'inervista

Domenico Carofiglio

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