USA, armi e sparatorie di massa: un incubo quotidiano

February 20, 2018

 Dichiarazione dei diritti, II emendamento: “A well-regulated militia being necessary to the security of a free State, the right of the people to keep and bear arms shall not be infringed”. È scritto a chiare lettere: il diritto di possedere e portare armi non può essere violato. Quando fu comunicato l’emendamento, ad essere messo in dubbio non fu tanto il contenuto dello stesso, quanto piuttosto l’interpretazione: questo diritto è esteso a tutti i cittadini americani, o solo alle milizie statali? Dopo lunghi dibattiti e accese contestazioni, la Corte Suprema degli Stati Uniti ha messo fine alle polemiche dando un’interpretazione definitiva del termine people: tale diritto è esteso a tutti i cittadini privati.

La prima cosa che stupisce, per chi si avvicina per la prima volta al celebre Bill of Rights, è il fatto che tale diritto si trova in una posizione che lo qualifica come inviolabile, al pari del diritto di voto e della libertà di stampa e di espressione. Gli Stati Uniti, però, hanno da sempre sottolineato l’importanza di vivere in una nazione sicura e in grado di difendersi da sola contro chiunque ne minacci l’equilibrio, perciò, da questo punto di vista, risulta comprensibile l’enorme importanza data a questo tema. Comprensibile, certo, ma non giustificabile, se ci si ferma a pensare alle conseguenze di una tale libertà. È stato dimostrato, infatti, come una scelta simile abbia avuto pesanti conseguenze sui cittadini stessi: nell’intento di proteggersi da minacce esterne, gli americani sono diventati paradossalmente i più preoccupanti nemici di sé stessi. Insomma, hanno finito per innescare un meccanismo che ferisce la nazione dall’interno.

Si potrebbe parlare a lungo, con il supporto di dati e statistiche, dei danni che ha causato il diritto di possedere un’arma da fuoco, che si sono rivelati maggiori di qualsiasi potenziale beneficio – del resto, mi stupirebbe il contrario. Meriterebbero un discorso a sé tutte le sparatorie “accidentali”, quasi sempre mortali, troppo spesso riguardanti bambini che, ingenuamente, hanno puntato quello che per loro poteva essere un giocattolo contro sé stessi o le persone più care. Ma qui, oggi, voglio riflettere su un fenomeno che tutti noi, purtroppo, conosciamo: le sparatorie di massa, che talvolta sono sfociate in vere e proprie stragi.

La Florida è uno degli Stati in cui vi è maggiore libertà in proposito, il che si traduce in minori controlli, se non assenti. E proprio in Florida, il 14 febbraio scorso, un ex studente ha aperto il fuoco in quella che era la sua scuola prima che fosse espulso. I numeri li conosciamo tristemente tutti: 17 morti, 15 feriti. I giornali hanno anche parlato a lungo di questo ragazzo, del suo carattere, dei suoi interessi malati, ma la domanda su cui bisogna davvero soffermarsi è questa: perché un ragazzo minorenne, con evidenti problemi psichici, era in possesso di un’arma? L’ex presidente Barack Obama, prima di lasciare il posto al successore, aveva lottato per ottenere più controlli sull’acquisto delle armi, ma i suoi sforzi sono stati annullati quando Donald Trump, l’attuale presidente, ha abrogato il piano attuato dal predecessore, firmando anche un decreto per annullare i controlli sui precedenti al momento dell’acquisto per coloro che sono affetti da disturbi mentali. Ecco, allora, che non sorprende più il fatto che lo stragista fosse in possesso di un’arma: allo stupore subentra la rabbia.

Chiedersi il perché di una tale decisione non serve, in quanto sono evidenti gli interessi che spingono in questa direzione. Ma una domanda sorge spontanea verso coloro che sostengono, convinti, che tutti, indistintamente, debbano poter avere accesso alle armi “per auto difesa”: davvero non si rendono conto che un simile strumento non deve e non può essere accessibile a tutti? Ma soprattutto, non temono di poter essere loro, le vittime di un folle omicida che ne fa un uso improprio, come quasi sempre accade?

“Thoughts and prayers”, pensieri e preghiere a tutti coloro che sono stati colpiti, direttamente o indirettamente, dalla tragedia: questa è stata la prima dichiarazione dell’attuale presidente alla notizia della sparatoria del 14 febbraio, sottolineando, inoltre, la volontà di intensificare i controlli e di rivedere le leggi. Il problema, però, è che si tratta di un circolo vizioso, di un teatrino che si ripete: c’è una sparatoria, se ne parla e si discute di possibili soluzioni, ma poi tutti dimenticano e non accade nulla di concreto, fino alla sparatoria successiva.

In tutto ciò, ci sono le scuole, i luoghi più colpiti; ci sono gli studenti e i professori, che seguono corsi di sopravvivenza per prepararsi all’eventualità di un attacco; ci sono i cittadini, che temono per la propria vita ogni giorno. http://www.gunviolencearchive.org, un archivio che vale la pena consultare, ha registrato 34 sparatorie di massa dal 1 gennaio al 18 febbraio 2018, aggiornando quotidianamente la lista con dati, descrizioni, carte e mappe. È una cifra spaventosa, ma non ci si rende conto della gravità della situazione finché non si legge con i propri occhi: “28 gennaio, tre sparatorie, 11 morti in totale”.

Sono in tantissimi a chiedere un cambiamento di rotta, un atto concreto da parte di chi può fare la differenza. Il punto è che la differenza la stanno facendo proprio loro, tutte le persone che, in questi giorni o da sempre, stanno manifestando la necessità di sentirsi al sicuro. Perché nessuno dovrebbe entrare in classe per frequentare un corso di sopravvivenza, perché non è accettabile che ciò diventi un’abitudine. Nessuna libertà dovrebbe essere tanto estesa al punto da limitarne un’altra, e il diritto alla vita resta comunque il fondamento, senza il quale tutto ciò che si è costruito sopra, inevitabilmente, crolla.

 

Bianca Marmo

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