Carcere: zona d'ombra dell'ordinamento

February 22, 2018

Il 23 giugno 2017 è stato un giorno importante per l’ordinamento giuridico italiano: è stata approvata la legge n. 103 che mira a realizzare, tramite i decreti attuativi delegati al governo, la riforma penitenziaria. La disciplina delle pene e delle misure di sicurezza è attualmente contenuta in una legge risalente al 1975 che non è più all’altezza di un sistema penale garantista e all’avanguardia sul piano mondiale.

La riforma del 2017 è guidata dal dettato costituzionale, in particolare dall’art. 27,3, che recita:” Le pene non possono consistere in trattamenti contrari al senso di umanità e devono tendere alla rieducazione del condannato”, principio di capillare importanza, codificato anche nella Convenzione Europea dei Diritti dell’Uomo ma che, purtroppo, è stato disatteso nel contesto pratico.

 

L’Italia, sebbene vanti un sistema giuridico garantista e sempre orientato alla salvaguardia dei diritti della persona umana, presenta un sistema carcerario estremamente arretrato e che le è valso due condanne, nel 2009 e nel 2013, da parte della Corte europea dei diritti dell’uomo per violazione del divieto di pene inumane e degradanti.

Le carceri italiane soffrono di un sovraffollamento definito “strutturale”, lo spazio è dato ed è del tutto insufficiente ad ospitare in maniera dignitosa la popolazione penitenziaria. Tra il 1993 e il 2006 il numero complessivo di detenuti (coloro che scontano una pena detentiva), imputati (sottoposti a custodia cautelare) e internati (soggetti a misura di sicurezza detentiva) è stato di più di 50.000 unità, nel 2010 è stato raggiunto il picco di 68.000 unità, con una capienza regolamentare degli istituti di 45.000 (tasso di sovraffollamento pari al 151% circa).

Ma il sovraffollamento non è il solo fattore di disagio della popolazione carceraria, che vive in strutture centenarie e in stato di abbandono.

Lo spazio a disposizione per detenuto si è ridotto a 3 mq., in celle non fornite di acqua calda e prive di servizi igienici adeguati.

Queste condizioni di disagio, causate anche e soprattutto da un cattivo impiego dei soldi dei contribuenti, non solo rendono impensabile il portare avanti effettivi processi di “rieducazione del condannato”, atti a promuoverne il reinserimento nella società, ma contribuiscono a creare tensioni nell’ambiente carcerario, che hanno risvolti negativi sul processo di risocializzazione dei rei.

 

Per porre rimedio alla situazione sono stati fatti interventi di contrasto al sovraffollamento carcerario, con modesti ampliamenti della capienza degli istituti e con provvedimenti “svuota carcere”, che, se aumentano lo spazio a disposizione dei detenuti, non toccano in alcun modo la radice del problema, ovvero rendere gli istituti penitenziari dei luoghi non di isolamento e reiezione ma di crescita culturale e sociale; basti pensare che attualmente l’Italia presenta uno dei più alti tassi di recidiva al mondo, con cittadini che entrano ed escono dal carcere, senza trarvi alcun insegnamento e con un impiego di risorse ingente ma del tutto  infruttuoso.

La riforma penitenziaria del 2017 è ancora in fieri ma i criteri direttivi su cui si basano i decreti attuativi sono: facilitare il ricorso alle misure alternative alla detenzione, incentivare la giustizia riparativa che valorizza la mediazione e l’incontro tra autore e vittima del reato, il sistematico impiego di volontari, l’incremento del lavoro intramurario ed esterno, l’integrazione dei detenuti stranieri e il mantenimento delle relazioni con i familiari giovandosi delle nuove tecnologie.

In uno Stato di diritto moderno e avanzato la legge si pone ancora una volta come strumento principale di garanzia della libertà e della dignità di chi ne ha abusato e di chi ne è stato vittima, perché sia vittima che carnefice sono in primis cittadini e in quanto tali sono dotati del diritto, con l’ausilio dello Stato, di spogliarsi di questi ruoli.

 

Per uno sguardo sul carcere:

https://www.youtube.com/watch?v=R3S0U40iVq8&feature=youtu.be

 

Marta Billè

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