Quando la tavola diventa una prigione: un fiocco lilla contro la fuga dal cibo e dalla realtà

Il 15 marzo ricorre la Giornata del Fiocco Lilla contro i Disturbi del Comportamento Alimentare.

“Per noi è la sala in cui mangiamo, per loro è la Sala Terapia”.

Nutrirsi è in primis un istinto, che accomuna gli uomini agli animali, ma non solo: la sala da pranzo non è solo “la sala in cui mangiamo” nel senso stretto del termine, è, almeno nella maggior parte delle culture, il luogo della convivialità, in cui ci si ritrova a condividere parole e racconti, a costruire e consolidare rapporti sociali, intorno al cibo che è posto al centro della tavola. La retorica del “cucinare per chi ami”, oggi largamente riconosciuta e condivisa, è evidenza di come l’alimentazione vada, oramai, ben oltre l’atto del nutrirsi, che pure ne resta l’obiettivo principale. Eppure l’Organizzazione Mondiale della Sanità si trova oggi ad affrontare quello che è definito “double burden of malnutrition”: innanzitutto, il fatto che nutrirsi sia un istinto non è sufficiente ad evitare la mal-nutrizione, e, inoltre, il problema si manifesta sotto due forme. Da un lato, la mancanza di cibo e la povertà, dall’altro un rapporto scorretto con il cibo, che si manifesta sotto forma di mal-nutrizione come totale dipendenza o totale rifiuto del cibo. In Italia circa 2 milioni di giovani, pur avendo accesso al cibo, rischiano la propria salute e, nei casi più estremi, la vita, perché lo rifiutano. Per chi non opera in campo medico sarebbe complesso e azzardato dare una definizione scientificamente precisa, corretta e unanime delle patologie riconosciute come Disturbi del Comportamento Alimentare (DCA), essendo esse, oggi, estremamente numerose, in continuo aumento e, soprattutto, di difficile diagnosi. Pur non potendo analizzare la questione da un punto di vista scientifico, tuttavia, trovo che tutte queste situazioni nascondano, dal punto di vista umano, una contraddizione intrinseca forte e dolorosa: come detto, nutrirsi è il primo istinto di sopravvivenza che uomini e animali sviluppano fin dalla nascita in modo totalmente naturale, ed è proprio quell’istinto che chi soffre di anoressia, bulimia, ortoressia e una miriade di altri disturbi, controlla fino a conseguenze, spesso, estreme, decidendo inconsciamente di non accedere al cibo. Suona strano “inconsciamente decidere”, ma in effetti è ciò che accade: l’accesso al cibo non è negato, semplicemente, senza rendersene conto, si filtra la realtà circostante e la si vede attraverso lenti che sembrano dare motivo di non nutrirsi, o di nutrirsi male. I DCA, dunque, rappresentano una piaga non solo per le conseguenze che comportano a livello fisico, ma soprattutto nella misura in cui derivano da un disagio, da un sentirsi fuori luogo. La domanda che sorge è: fuori da QUALE luogo? Chi decide che siamo giusti o sbagliati? La comunità scientifica studia da anni sintomi e cause dei disturbi alimentari, al pari di tanti altri disturbi della psiche che attanagliano la società, ma non si tratta solo di evidenze scientifiche, si tratta di storie e di persone, ed è questo che voglio raccontare. La mamma di una ragazza che sta attraversando un periodo di difficoltà nel rapporto con il cibo, vedendola dormire, un pomeriggio, in un modo molto più simile a una fuga dalla realtà che a una risposta al sonno, con la testa affondata nel cuscino e il corpo rannicchiato su se stesso, le dice: “Cosa c’è qua fuori, che ti disturba così tanto?”. Quella ragazza racconta che in quel momento sua mamma le apre gli occhi. Il suo problema non è davvero il cibo, o non solo: il suo problema è il “qua fuori”, pur non sapendo neanche esattamente cosa in particolare. Quelle poche parole sono bastate a farle decidere di aggrapparsi alla mano tesa da “là fuori”: questo ha evitato che un difficile rapporto con il cibo degenerasse.


Dalla Sala Terapia di Palazzo Francisci, a Todi, uno tra i primi e più avanzati centri per la cura dei DCA in Italia, un’altra ragazza, giunta ormai al termine del suo quarto ricovero, racconta la propria storia: dopo aver affrontato, appunto, quattro percorsi, in quattro diversi centri, afferma che ora, pur riconoscendo di non essere ancora completamente guarita, di non sapere cosa accadrà in futuro, ha deciso di non iniziare un nuovo percorso, perché per lei la comunità è diventata il “luogo sicuro”, in cui, evitare il contatto con la realtà.


Queste sono solo due delle migliaia di storie che raccontano le numerose facce dei DCA: storie di adolescenti ma anche di adulti, di donne ma anche di uomini, in uno spettro di esiti e conseguenze innumerevoli. Innumerevoli perché non si tratta di meri casi scientifici bensì di storie, perché alla base di questi comportamenti ci sono ragioni impossibili da sondare e comprendere. Quello di Palazzo Francisci è solo uno degli esempi di come in Italia, negli ultimi 10-15 anni, sia cresciuta la consapevolezza sul tema e sulla necessità stringente di supportare pazienti e famiglie. Da qualche anno, infatti, è nata una Giornata dedicata proprio a questo tema, il 15 marzo (http://www.chiarasole.com/giornata-del-fiocchetto-lilla-contro-i-disturbi-del-comportamento-alimentare-15-marzo/), e si sta creando una rete di centri di recupero, comunità e ricerca all’avanguardia: l’obiettivo è che la sala da pranzo possa, prima o poi, tornare per tutti ad essere una sala in cui mangiare, in cui fare del cibo il nutrimento del corpo e di relazioni sociali sane, in una realtà che non sia un disturbo ma un’opportunità e una promessa per il futuro.


Carolina Laghi

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