La "Selva Oscura" giapponese

March 20, 2018

L’aumento del tasso dei suicidi è il fenomeno che a partire dagli anni ‘90 ha preso significativa rilevanza nel paese del Sol Levante, anche a causa della grave crisi economica che investì il paese proprio in quel periodo.

Nonostante il Giappone sia successivamente uscito dalla recessione, il trend dei suicidi non è variato, toccando il suo picco nel 2003 con un numero di 34 427 persone: nel tempo che spenderete a leggere questo articolo, in quell’anno, una persona risulterebbe già morta suicida.

La stabilità di questo fenomeno lo ha reso la principale causa di decesso tra le persone tra i 20 e 44 anni d’età, consentendo al Giappone di realizzare un macabro primato: quello di essere il paese industrializzato con più persone che si tolgono deliberatamente la vita.

Ma cerchiamo di indagare le cause di questa questione.

Da un punto di vista culturale, la società giapponese non ha mai condannato moralmente questa pratica, anzi, in certi casi la considera una forma di riscatto personale e una morte onorevole.

Si pensi che gli eroi sconfitti giapponesi già nell’undicesimo secolo praticavano il seppuku (o harakiri), il suicidio rituale giapponese, che consiste nel pugnalarsi al ventre (considerato la sede dell’anima) e questa tradizione si è protratta fino alla seconda guerra mondiale, dove ad esempio, l’ammiraglio Takijirō Ōnishi, dopo la resa giapponese, lo praticò per evitare di cadere prigioniero degli americani.

Neppure le religioni prevalenti in Giappone, shintoismo e buddismo, condannano questo comportamento.

In particolare, il buddismo lo considera un’azione negativa solo se fatta egoisticamente e non per una determinata ragione di protesta o di riscatto. Tollera, insomma, il suicidio d’onore.

Invece, da un punto di vista sociale, le cause che spingono a prendere questa estrema decisione sono, in ordine: problemi legati alla salute, difficoltà finanziare ed infine lo stress da lavoro, peculiarità prettamente giapponese.

Il karoshi, ovvero il fenomeno delle morti per troppo stress, è particolarmente rilevante a causa di un ambiente lavorativo molto rigido e stressante che porta le persone a soffrire di depressione, rendendole più vulnerabili ed inclini al suicidio.

Anche i luoghi dove avvengono queste morti sono significativi, in quanto sono scelti accuratamente per permettere una fine rapida ed indolore.

Troviamo ad esempio: la linea rapida Chūō, che collega Tokyo - capitale anche dei suicidi - alle periferie oppure la foresta di Aokigahara, alle pendici del monte Fuji, seconda solamente al Golden Gate di San Francisco in quanto a numero di suicidi annui.

Il motivo della scelta della foresta è anche riconducibile sia alle filosofie di base dello shintoismo, che considerano la natura e l’armonia con la natura due elementi sacri e di connessione con le divinità, sia da un punto di vista introspettivo poiché, questa selva è così fitta che consente di poter passare in totale solitudine gli ultimi momenti.

Il governo giapponese non è però rimasto a guardare, ma dal 2007 ha iniziato una ingente campagna per la sensibilizzazione della società e il sostegno, medico o psichiatrico, a chiunque manifesti tendenze alla profonda depressione, investendo ben 133 milioni di dollari.

Sembrerebbe che questa manovra abbia comunque portato effetti positivi: il tasso di suicidi è in costante diminuzione e nel 2017 è arrivato per la prima volta in 25 anni a toccare le 20 000 morti annue.

 

Concludo con una breve riflessione sul problema.

È mio parere che questo genere di pratica, soprattutto tra i giovani, sia figlia di una società che grava troppo sui propri ragazzi, sia a livello di stress sia a livello di responsabilità - ad esempio un fallimento universitario è un disonore sia per lo studente che per tutta la sua famiglia-.

Dunque, una strada di maggior flessibilità culturale sotto questi aspetti, potrebbe, e sempre secondo la mia modesta opinione, aiutare a far uscire il paese dei peschi in fiore dalla “selva dei suicidi”.

 

Lorenzo Monaco

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