Femminicidio – riflessioni su una parola disprezzata e su un fenomeno tristemente noto

Femminicidio.

Può una parola diventare protagonista di uno scontro di opinioni così intenso? Sì, scontro, perché quando si dibatte sul tema si creano fazioni nettamente divise tra chi difende a spada tratta il termine ed il suo utilizzo e chi invece si rifiuta totalmente di dare legittimità a questa parola e al fenomeno che descrive.

Partiamo dall’inizio: il femminicidio è, nella definizione che personalmente trovo più completa, “Qualsiasi forma di violenza esercitata sistematicamente sulle donne in nome di una sovrastruttura ideologica di matrice patriarcale, allo scopo di perpetuarne la subordinazione e di annientarne l'identità attraverso l'assoggettamento fisico o psicologico, fino alla schiavitù o alla morte.”

La parola femminicidio è stata inserita la prima volta nei dizionari italiani nel 2001, prima il fenomeno non era riconosciuto e legittimato tramite una parola ad hoc, ma sarebbe ingenuo pensare che la mancanza di un termine identificativo sia sinonimo di un fenomeno assente o di ridotte dimensioni nella società. La legislazione italiana non fornisce una definizione di femminicidio inteso come omicidio di una donna per la sua appartenenza al genere femminile e conseguentemente i dati sul fenomeno riportano cifre e interpretazioni diverse a seconda dell’organo che raccoglie i dati e svolge lo studio. Generalmente, vengono considerati femminicidi, nell’ambito della raccolta dei dati, tutti quegli omicidi perpetrati da uomini che hanno una vittima di sesso femminile.

In generale, i dati sul femminicidio mostrano una tendenziale stabilità del fenomeno: lievi aumenti si alternano a lievi cali, ma la mancanza di una definizione unica e globalmente riconosciuta porta a diverse distorsioni: in primis, considerando come parte del fenomeno tutti gli omicidi femminili ad opera di individui di sesso maschile, si sovrastima notevolmente l’incidenza del problema; gli omicidi dovrebbero essere considerati omicidi a prescindere dal genere della vittima e dovrebbero avere sempre lo stesso peso in termini di rilevanza e gravità. Un peso enorme, che viene sminuito quando si fanno questo genere di distinzioni. Inoltre, la mancanza di un contesto chiaro di utilizzo del termine fa sì che il fenomeno non venga riconosciuto nella sua gravità. L’uccisione è infatti, in quasi tutti i casi l’atto finale di una violenza fisica e psicologica molto più duratura. Sono rarissimi i casi in cui il femminicidio è frutto di un raptus. Abbiamo sentito più e più volte storie di donne che hanno denunciato ma non sono state tutelate. Cha hanno subito botte, stalking, minacce psicologiche e violenze di ogni genere prima di essere uccise. Uccise perché non si sono arrese alla subordinazione, al vivere in una gabbia fatta di stereotipi beceri e di gelosia.

Io sono d’accordo con chi critica il termine, che è stato utilizzato in maniera sconsiderata ed a tratti eccessiva. Tuttavia, la critica del termine dovrebbe essere costruttiva, non sterile e dovrebbe essere improntata alla creazione di un contesto in cui il fenomeno e il termine utilizzato per descriverlo diventino significativi, rimuovendo tutte le distorsioni e le incongruenze createsi nel suo utilizzo, per creare una base di dibattito sul fenomeno che sia condivisa e condivisibile. Perché, che lo si voglia o no, il fenomeno esiste. Ci sono donne costrette a vivere nella paura costante di venire annullate, con maltrattamenti fisici per piegarle agli ordini di mariti e compagni malati, donne che hanno paura del proprio ex, donne che vengono sfregiate con l’acido nel tentativo di annullarle, di privarle di un’identità e di ciò che per le menti deviate di certi uomini hanno di più prezioso – la bellezza. Ci sono donne che temono e devono rinunciare al bene più grande, alla propria vita, alle infinite possibilità che essa può portare.

Non me la prendo con chi sbuffa all’ennesimo articolo titolato “femminicidio”. O meglio, non me la prendo con chi, pur non accettando il modo in cui i media, l’opinione pubblica e la classe politica si rapportano al fenomeno, ne concepisce l’esistenza e la serietà. Perché, come detto, il femminicidio è una realtà, non un neologismo. È vero che il fenomeno ha – fortunatamente – un’incidenza bassa nel nostro paese, ampiamente sotto la media europea, ma un fenomeno negativo non va contrastato solo quando le sue dimensioni diventano noteworthy. Determinate situazioni sono inaccettabili in una società civile del 21esimo secolo, a prescindere dal numero di vittime.

Concludo con una piccola riflessione: sebbene la critica del termine femminicidio, della sua definizione e del suo utilizzo sia legittima e abbia anzi potenzialità per arricchire il dibattito sul tema, tale critica è profondamente diversa dalla critica di chi non riconosce l’esistenza di questo fenomeno e non accetta l’esistenza di una parola nel vocabolario italiano per poterlo correttamente descrivere. Per quanto dirò di seguito non ho dati alla mano e scrivo solo sulla base della mia esperienza personale, ma ho dovuto tristemente prendere atto che le proteste più feroci contro l’utilizzo di questa parola provengano da uomini, spesso miei coetanei, che non credono che tale fenomeno sia in atto, che l’uccisione di una donna come mezzo per annullarla definitivamente non abbia niente di diverso dall’omicidio a seguito di un raptus o di una vendetta o di un qualunque altro movente. Trovo sconcertante che non ci sia una sensibilità collettiva nei confronti di un reato così crudele e infame, che non ci sia sdegno nei confronti degli assassini, spesso additati come malati o outlier. Trovo sconcertante la facilità con cui venga scacciata l’dea che la misoginia sia un tratto persistente nella nostra società, quando circa una donna italiana su tre dichiara di aver subito qualche forma di violenza o molestia sessuale nella propria vita. E soprattutto, trovo sconcertante dover fare una riflessione di questo tipo, sperando di poter prendere parte a un dibattito più serio, costruttivo e che veda la partecipazione di tutti. Spero che si cominci ad affrontare seriamente il problema, così da non dover più assistere all’uso eccessivo di una parola che viene svuotata di significato, ma che nasconde sotto il proprio “vestito” imperfetto un fenomeno che riguarda tutti.


Robin Henidrix

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