L’Uomo Nero


“E tu, tu che pensavi

Che fosse tutta acqua passata

Che questa tragica misera storia

Non si sarebbe più ripetuta

Tu che credevi nel progresso

E nei sorrisi di Mandela

Tu che pensavi che dopo l'inverno sarebbe arrivata una primavera

E invece no

E invece no”

Titolo: L’uomo nero

Autore: Brunori Sas

Data di uscita: 2017

Genere: musica pop

L’insight into beauty di oggi ce la offre Dario Brunori, in arte Brunori Sas, cantautore calabrese ormai noto per il suo stile semplice, diretto, ma che trasmette pensieri di grande portata. Il brano con cui ci ha regalato un “assaggio di bellezza” è L’uomo nero, appartenente al disco A casa tutto bene (gennaio 2017), vincitore del premio Amnesty International Italia 2018 (nel solco dell’iniziativa Voci per la Libertà – Una Canzone per Amnesty, creata nel 1998 per diffondere e promuovere il rispetto dei diritti umani attraverso la musica). In cosa consiste la bellezza di questo pezzo? Nella verità, quella che i più non vorrebbero ammettere perché non è tanto nobile, quella presente nella gran parte delle persone, quella che, nella sostanza, permane da secoli anche se si inserisce in contesti diversi. Creando un dialogo con sé stesso Brunori tratta l’argomento “cult” del momento, quello che durante i pasti viene affrontato in casa, quello che divide l’opinione pubblica: lo straniero e la paura che costui suscita.


Paura, più precisamente xenofobia, e razzismo sono sentimenti che, secondo il rapporto 2017-18 sulla situazione dei diritti umani di Amnesty International, sono sempre più “diffusi” e “istituzionalmente largamente accettati”. La xenofobia è il suggeritore ufficiale dell’uomo di cui parla Brunori, quello che ha un debole per i cani, che pubblica foto con i suoi bambini, indossa una divisa ma sostiene che “noi siamo troppo buoni” e che la tolleranza ci si ritorcerà contro. Quest’uomo, che, ad uno sguardo critico, può essere ritrovato nelle conoscenze di ognuno, adduce sempre gli stessi argomenti nelle sue invettive contro gli “stranieri”, ovvero che rubano, sporcano, puzzano e allora gli unici strumenti con cui porre fine allo scempio sono “olio di ricino e manganelli”. Come nota Brunori, torna in voga il concetto “di razza pura”, "razza ariana", dopo poco più di 70 anni dallo scempio che tutti conosciamo anche le vittime diventano carnefici e si fanno contagiare da quel male che una filosofa ha definito “banale” poiché superficiale, mediocre e ignorante, che affligge chi non si dà la pena di effettuare un’azione che, invece, banale non lo è per niente: pensare.


E rimarrà deluso l’ottimista, che ha creduto che tutto fosse finito, “che fosse tutta acqua passata che questa tragica misera storia non si sarebbe più ripetuta”, è bastato un breve lasso di tempo, la pace e il benessere hanno intorpidito le menti e piuttosto che fungere da monito per il futuro hanno reso vane tutte le parole spese a cordoglio per quanto accaduto e l’eroismo di chi, suo malgrado, di questa fortuna non ne ha potuto godere ma ha contribuito a realizzarla.

Chi è, dunque, l’uomo nero di cui parla Brunori? L’uomo nero siamo noi, quando diamo voce alla nostra parte più gretta e meschina, quando ci facciamo guidare dalla paura e dalla vigliaccheria e dimentichiamo il dolore che si prova quando non si è accettati perché, semplicemente, si ha un nome insolito o una cultura diversa, non per questo migliore o peggiore.

L’invito implicito del cantautore, a questo punto, è di non far sì che l’uomo nero semini anche nel nostro cervello e di aprire la porta della mente, invece che chiuderla a chiave col chiavistello.

L’ultimo richiamo che Brunori fa nel suo brano, a mio avviso geniale, è l’amarezza del liquore che sorseggia seduto a un tavolo sui Navigli ma che, dopo aver ascoltato le sue parole, provo anche io.

Chiudi la porta all’uomo nero che vive dentro di te:

https://www.youtube.com/watch?v=Q4m_2WawSIY

Marta Billè

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