Donne: mai più sesso debole

April 24, 2018

Il caso di Sana Cheema, la giovane italo-pakistana morta in patria dove la famiglia le aveva organizzato un matrimonio combinato, è l’ennesimo episodio di femminicidio per mano di un familiare che cerca con la violenza di imporre la propria autorità.

Sana arrivò in Italia assieme alla famiglia nel 2003, aveva proseguito gli studi a Brescia dove viveva, e in seguito aveva trovato lavoro pressoi un ufficio conducendo la vita di una tipica venticinquenne. La ragazza, ormai occidentalizzata sia nei modi che nei costumi, voleva sottrarsi al volere del padre che non accettava una figlia libera ed emancipata. Questo a Sana è costato la vita.

Oggi più che mai il problema della condizione femminile riveste un ruolo fondamentale all’interno della nostra società.

Sin dall’antichità la donna veniva vista come un oggetto, debole, assoggettata all’uomo, il quale esercitava un potere senza riserve nei suoi confronti.

“Le donne hanno sempre dovuto lottare doppiamente. Hanno sempre dovuto portare due pesi, quello privato e quello sociale. Le donne sono la colonna vertebrale delle società.” Con queste parole Rita Levi Montalcini, unica donna italiana ad aver vinto un Premio Nobel scientifico, vuole presentare il ruolo della donna in ambito personale e soprattutto pubblico.

Donne come lei hanno dovuto lottare duramente per secoli per ottenere diritti pari a quegli degli uomini e in tante hanno perso la vita per permetterci di vivere in una realtà diversa da quella che hanno avuto loro, ma è davvero così? Viviamo concretamente in una realtà in cui ognuno, indipendentemente dal proprio sesso, può assumere una propria posizione senza doverne subire le conseguenze? La risposta senza alcun dubbio non è affermativa e la pena scontata da Sana ne è la prova.

Le donne hanno rappresentato sin dai tempi più remoti una figura dominante nella letteratura così come nella storia.

Con il passare dei secoli all’interno della produzione letteraria il gentil sesso ha assunto sempre maggiore rilievo.

Nella poesia medievale la figura femminile risulta subito il tema principale del canto e l’oggetto dell’esaltazione dell’autore, che, elevandola al di sopra di se stesso, la contempla come irraggiungibile destinatario del proprio sentimento.

Successivamente, con il dolce stil novo la rappresentazione della donna si evolve, perdendo la sua specifica caratterizzazione sociale e umana, innalzandosi esclusivamente per le sue doti morali, la sua grazia e la sua gentilezza del tutto angelica, strumento di salvezza e tramite tra l’uomo e Dio.

Ma allora perché oggi l’uomo esercita la propria violenza fisica e spesso psicologica sulla donna, colei che andrebbe amata e rispettata? Tanti sono gli episodi di violenza domestica in cui il convivente, da principe azzurro, si trasforma in un vero e proprio orco. Altrettanti sono i casi di padre-padroni, assetati dalla voglia di potere al punto di commettere un delitto.

Ripercorrendo il percorso della donna nella storia incontriamo Dante che descrive il suo amore platonico rivolto a Beatrice.

Il poeta ne adorava delineare la bellezza, la purezza, ponendo le basi dell’amore cortese, un amore perfetto perché privo di ostacoli se non quello di non poter vivere nella realtà quel sentimento così forte.

Anche il Canzoniere di Petrarca è interamente dominato da una figura femminile, Laura, a cui il poeta dedica ogni suo pensiero e emozione. Laura è ben lontana dal rappresentare la donna-angelo, e l’amore per lei ha un carattere esclusivamente terreno: esso è un desiderio impetuoso che rende completamente il suo animo schiavo, distogliendolo dalla religione e da Dio. E qui che la donna diviene oggetto del peccato, colei che porta l’uomo all’evasione del suo reale compito, colei che distrae e distoglie, colpevole di come l’uomo agisce.

È proprio questo il punto forte di uomini manipolatori e violenti: la colpevolizzazione.

“Era nervoso, ma è il carattere suo, magari me la sò cercata, è solo colpa mia. Che poi mi ha chiesto scusa, mi ha regalato un mazzo di rose e mi ha giurato che non lo rifà più. Certo che con quelle manone, ogni volta mi fa vedere le stelle. Comunque, il lavoro mo’ l’ho lasciato, così lui non si dispiace.”

Il testo è tratto dal monologo di Paola Cortellesi incentrato sulla violenza sulle donne. Non c’è niente di più bello che amare e sentirsi amati, ma un uomo che esercita il proprio controllo su una donna, la ama? Un padre che non permette alla figlia di studiare e di crearsi un proprio avvenire nutre amore per lei? Certo che no. L’amore non è ossessione, l’amore non è possesso, l’amore non è gelosia folle. È esattamente l’opposto perché se è detto comune che dietro un grande uomo c’è sempre una grande donna, a me piace pensare che la donna non stia dietro di lui bensì al suo fianco, sullo stesso piano per sorreggersi e ascoltarsi.

Per trovare una presenza più incisiva della donna equiparata all’uomo nella vita culturale e artistica, bisogna trasferirsi nell’ambiente più evoluto e raffinato delle corti rinascimentali. Relegata nel Seicento a un ruolo marginale, la donna ritorna in primo piano nella vita sociale del Settecento. Si tratta, in genere, di un ruolo mondano, riservato peraltro alle donne dell’aristocrazia, che organizzano conviti e ricevimenti, accompagnate dal “cavalier servente” e ossequiate da tutta la nobiltà.

È necessario però arrivare alla fine dell’Ottocento affinché le donne non siano viste solo come sogni e rappresentazioni di uomini, ma assumano una posizione attiva nella letteratura, imponendosi nel mercato editoriale.

Dopo secoli di esclusione, la donna inizia il suo percorso di conquista di un piccolo, ma determinante spazio in ambito letterario. Questo tipo di carriera, non ancora normalizzata per una donna, porta la scrittrice che vuole affermarsi a trasgredire alle regole della società ed alla tradizione.

Esse, infatti, sono costrette a combattere contro censure e pregiudizi, conseguenze di un passato che discriminava il sesso femminile, escludendolo da ogni forma di partecipazione sociale e collettiva.

Secondo la concezione maschilista comune, dunque le donne non necessitavano un’istruzione come gli uomini poiché i loro compiti dovevano limitarsi alla cura della casa e della famiglia, pensiero che spesso si presenta anche attualmente.

Ad oggi in campo lavorativo tante sono le donne che ricoprono importanti incarichi che in passato erano destinati solamente al sesso maschile. Basta con gli stereotipi in cui la donna tipo è una perfetta mogliettina che si occupa di pulire la casa e preparare la cena al marito che torna stanco dal lavoro. Perché non pensare alla donna che invece grazie alla sua forza fisica e intellettuale riesce ad essere moglie, madre e lavoratrice perfetta? Il mondo del lavoro è stato in gran parte rivoluzionato dalla presenza di donne in settori orientati al genere maschile. Ormai non fa più scalpore, per fortuna, vedere una donna pilota, ingegnere o medico.

A tal proposito non si può non citare Rita Levi Montalcini. In ambito scientifico a lei si deve la scoperta e l’identificazione del fattore di accrescimento della fibra nervosa, per la quale è stata insignita nel 1986 del premio Nobel per la medicina. Donna libera per eccellenza, ha rinunciato a un marito e a una famiglia per dedicarsi completamente alla cultura.

Fu nominata senatrice a vita, ricevendo inoltre numerosi riconoscimenti per l’impegno per il miglioramento della condizione femminile nel nostro Paese.

Nel corso del novecento la condizione delle donne del mondo occidentale appare dunque profondamente trasformata.

L’avanzare di questi mutamenti socio-culturali trionfa con il suffragio universale.

Il 2 giugno 1946, in occasione del referendum per la scelta tra monarchia e Repubblica, per la prima volta anche le donne poterono mettersi in fila davanti ai seggi. Un tassello importante era stato aggiunto ad un gigantesco puzzle tuttora in costruzione.

La storia dell’emancipazione femminile in Italia può vantare donne intraprendenti di diversa estrazione socio-culturale che con lungimiranza hanno messo a frutto le proprie inclinazioni e capacità in scelte di vita, a volte inconsuete, a volte difficili, ma pur sempre svincolate dal pensiero altrui. Donne che prima di noi hanno lottato per ottenere il proprio posto nel mondo.

Non smetteremo mai di dire che la nostra società è sempre più tinta di rosa, ma è anche vero che la lotta per l’emancipazione femminile non può dirsi completa.

Non esisterà più la condizione femminile quando la violenza non si anniderà più tra le mura di una casa che dovrebbe ispirare calore e protezione, quando ogni donna potrà passeggiare di sera senza la paura di essere seguita e molestata, quando le assunzioni per una carica di lavoro non dipenderanno dal suo aspetto fisico ma da quello interiore, quando alle bambine di tutto il mondo sarà data la possibilità di vivere la propria infanzia. Allora, solo allora, potremo affermare con consapevolezza che tutti gli sforzi profusi da chi ci ha preceduto non sono stati vani.
 

Chiara Alati

Share on Facebook
Share on Twitter
Please reload

Post in evidenza

Working for Wasa: what you already know, what you have always wondered and what you might not expect about Students for Humanity’s project

November 8, 2019

1/10
Please reload

Post recenti

April 18, 2020

April 10, 2020

April 3, 2020

March 31, 2020

March 10, 2020