NON E’ MAI TROPPO PRESTO PER DIVENTARE... MAFIOSI

May 15, 2018

“Cosa vuoi fare da grande?”. Credo che ognuno di noi possa affermare che questa domanda gli è stata posta almeno una volta nel corso della propria vita. La risposta sarà dipesa certamente dall’età ma con buona approssimazione sarà stata “l’avvocato”, “il cantante”, “il calciatore, “lo scienziato”, “l’architetto”; in alcune zone della Sicilia, della Calabria, della Puglia e della Campania dei bambini rispondono “il boss”.

 

È questa la più grande aspirazione di molti bambini che provengono da famiglie appartenenti alla criminalità organizzata ma non solo, tra di essi ci sono anche quelli cresciuti in piccole società capeggiate a tutti gli effetti dalla mafia e che quindi aspirano a militarvi. Tendenza più recente, inoltre, in seguito al ricambio generazionale determinato dalla morte o dalla cattura dei grandi capi, è quella di arruolare i bambini o, più in generale, i minori. In un contesto di povertà, ignoranza e vuoto istituzionale è fin troppo semplice attirare un ragazzino con la promessa di soldi facili, potere e la prospettiva di “diventare grandi”, che a molti sembra la soluzione alle brutture che sono costretti a subire. E così, nei quartieri più dimenticati e abbandonati del nostro paese, capita di vedere un ragazzino di dodici anni che fa la sentinella o che nello zaino di scuola porta un carico di droga, a cui vengono affidate armi e, quindi, vite; ragazzini che, invece di andare a scuola e costruirsi un futuro, sono sottoposti all’apprendistato di un padrino e all’iniziazione al crimine, mandati a pattugliare le strade a bordo di una bici o di uno scooter, armati, prima per commettere atti intimidatori e poi, con il crescere delle responsabilità, di assassinii veri e propri. I giovani si sono dimostrati alleati fedeli, affidabili e, soprattutto, spietati, disposti a tutto per l’approvazione dei loro mentori; perché, in fondo, ciò di cui ha bisogno un bambino è fiducia, è qualcuno che gli indichi una strada, che lo indirizzi e se la famiglia, la scuola o le istituzioni sono assenti, ecco che ci pensa la mafia.

 Di fronte a stragi per “sgarri” o sconfinamenti territoriali commesse da clan di ragazzini, l’intervento delle istituzioni non ha potuto tardare oltre e la lotta alla mafia vede ancora in prima linea i magistrati, che ricorrono, in extremis, all’allontanamento dai genitori militanti nella criminalità organizzata, per offrire alla prole sfortunata un futuro diverso. Il tribunale di Reggio Calabria ha dato il via all’emissione di questo genere di provvedimenti, che ammontavano a 30 ad inizio 2016, poi adottati anche in altre regioni dove la mafia è protagonista, fino ad arrivare a una richiesta formale da parte del Consiglio Superiore della Magistratura alle Camere per consolidare in una norma ad hoc questa pratica giurisprudenziale, che, seppur ad un occhio critico possa sembrare estrema, è apparsa, altresì, necessaria ed ha dato riscontri positivi. La famiglia, infatti, riveste un ruolo centrale nell’ordinamento italiano ma anche in quello mafioso, in cui i legami di sangue vanno onorati a tutti i costi, spesso col sangue stesso. Sottrarre i bambini all’indottrinamento delle cosche è un intervento essenziale, perché non si rivolge al passato, ai crimini già commessi e alle vite già perse, ma al futuro, a quelle che si possono salvare e che, forse, un giorno, potranno militare non nella mafia ma contro di essa.

 

Marta Billè

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