Il mito dell’angelo sporco: Django Reinhardt

May 17, 2018

Questo non si propone di essere un articolo su di un tema sociale. Questo è un articolo su una società, e su chi era emarginato ai confini di questa: classi inferiori, etnie, diversi, esuli, reietti.


A volte un rinnegato può inserirsi all’interno del suo contesto originario per mezzo di un’opera d’arte, di un’azione meritoria, di un’invenzione, di un brano... È proprio questo il caso di Django Reinhardt, esule in patria, “cavalier senza paura d’una solitaria guerra” musicale, osannato dagli animi più sensibili tanto quanto non compreso dalle masse.
Perché l’isolamento dall’alta società è ciò che ti aspetta quando sei un ragazzo gitano che girovaga con il suo clan tra la Francia e il Belgio di inizio Novecento.
Se poi la sorte ti gratifica anche con la perdita dell’uso della gamba destra e della mano sinistra a causa di un incendio come regalo per la maggiore età, allora il quadro è completo.
Stiamo parlando -dicevano i benpensanti di allora, aristocratici virgulti dell’elitaria borghesia francese- di un reietto, di un fallito, di un giovane che sicuramente non potrà mai combinare qualcosa di buono nella vita. Soldi spesi in alcol e gioco d’azzardo, brevi amori tempestosi e analfabetismo totale. E cosa puoi aspettarti da uno così?
Ma Django Reinhardt non era uno qualsiasi, e decise che avrebbe apportato il suo personalissimo contributo alla storia in modo del tutto speciale, deliziandoci con una musica nuova, profonda e spumeggiante come mai se n’era sentita allora.
A causa della menomazione alla mano, dovette abbandonare il banjo -strumento con cui si guadagnava da vivere- per passare alla chitarra, strumento più leggero e meno ruvido, e con la quale fu amore a prima vista. Passò i duri mesi della convalescenza cercando di sviluppare una tecnica che gli permettesse di poter suonare con due dita della mano sinistra ridotti a moncherini. Nonostante le difficoltà titaniche, già a distanza di poco più di un anno dall’incidente ritroviamo Django ad esibirsi come chitarrista in alcune orchestre itineranti, ma è verso la metà degli anni Trenta che avviene il grande balzo in avanti del musicista. Con l’amico Stèphane Grappelli, violinista dalla grande tecnica ma dallo stile istintivo e viscerale, Django forma il Quintette du Hot Club de France, una band destinata a diventare una leggenda nel mondo del jazz. Altre due chitarre -Joseph, fratello di Django e Roger Chaput- e il magico contrabbasso di Luis Vola completavano l’organico. Come i primi brani dei Queen per gli amanti del rock e la formazione della Grande Inter di Herrera per i calciofili, il quintetto di Reiinhardt e Grappelli rappresenta al contempo un elenco di nomi da snocciolare a memoria, un exploit incredibile e la base per un ciclo di grandiosi trionfi negli anni a venire. Nonché qualcosa di innovativo per l’epoca: un gruppo di francesi -e dunque europei- che suonano jazz, la musica nera per eccellenza. Ma il bello del jazz è proprio la sua capacità di essere inclusivo e aperto a tutti i tipi di influenze: è un genere che nasce a New Orleans, la più francese delle grandi città americane, e che prima di conquistare le luci della ribalta fa gavetta in due ambienti tutt’altro che snob e raffinati: i campi e i bordelli.
Nei campi, per tenere il ritmo del duro lavoro a cui gli schiavi erano quotidianamente costretti, urlando al mondo la loro tristezza e la loro malinconia tra un canto e l’altro, e nei bordelli, dove la musica doveva farsi selvaggia e suadente, intensa e penetrante al tempo stesso, ma leggera come una sottoveste di seta che scivola via dalla pelle candida di una donna nella luce soffusa di poche candele.
È un genere che prende piede tra l’aridità della terra e la morbidezza dei cuscini, e che ben si presta ad essere metabolizzato, modificato e riadattato dai gitani della Francia, romantici, ombrosi, sanguigni e affascinanti più di chiunque altro. Il jazz di Django si arricchisce dei ritmi e delle melodie della tradizione tzigana per arrivare a toccare direttamente i sentimenti del pubblico, in un continuo crescendo di accelerazioni e decelerazioni improvvise in un tempo un po’ rubato, dolce e malinconico al tempo stesso, e da musica per ottoni e batteria diventa jazz per corde. Nasce così il jazz manouche, o gipsy jazz che dir si voglia, dove il misterioso e suadente romanticismo gitano si fonde all’indomito e selvaggio spirito dei neri in cascate di note cristalline, quasi eteree, in grado di far toccare ad un’anima tutte le possibili sfaccettature di ogni emozione nel giro di un solo brano.
Neppure la guerra sarà in grado di fermare la musica di Django: trovandosi in pericolo a causa delle persecuzioni e delle atrocità perpetrate dai nazisti sulla sua gente tenta per due volte di fuggire dalla Francia. Fermato entrambe le volte, viene rispedito con la famiglia a Parigi, graziato da ufficiali tedeschi segretamente innamorati della sua musica. Al termine del conflitto, Django e il suo gruppo volano alla volta degli Stati Uniti su invito di Duke Ellington, uno dei più grandi “solleticatori d’avorio” –come un misconosciuto trombettista di inizio Novecento definiva i pianisti- della storia del jazz. Il periodo delle tournee in America lo rende una star di fama mondiale, e l’avvento degli strumenti elettrici porta nuove sonorità che Django integra rapidamente nel suo stile, rendendolo ancor più unico e difficilmente imitabile. Brani come Minor Swing e Nuages conquistano rapidamente il pubblico americano, al punto da diventare degli standard jazz -ovvero dei temi base su cui improvvisare- per intere generazioni di futuri jazzisti. Con l’avanzare dell’età Django si ritira progressivamente dalla vita mondana e dagli sfarzi del palcoscenico a causa di gravi problemi di salute, che lo porteranno ad un precoce decesso avvenuto nel 1953, a soli 43 anni, ma non prima di averci regalato altre perle di rara bellezza come Belleville o Crepuscule.
Il mondo intero pianse quello zingaro mutilato e analfabeta che conduceva una vita dissoluta, ma che nel momento in cui imbracciava la chitarra riusciva a far tacere qualunque critica e a ricevere solo apprezzamenti su apprezzamenti, vero e proprio angelo sporco. Perché Django non era uno qualsiasi, e da reietto fu in grado di diventare una delle figure più affascinanti del palcoscenico mondiale, ispiratore di generazioni di musicisti per la sua tecnica sopraffina, per la sua tenacia nel non darsi mai per vinto neppure di fronte alla perdita dell’uso di alcune dita -il male assoluto, per un chitarrista- che per la sua sfrontatezza sul palco e nei confronti della vita stessa. Tony Iommi, mitico chitarrista dei Black Sabbath, racconta in più interviste che dopo aver perso due falangi a causa di un incidente sul lavoro aveva seriamente pensato di smettere di suonare e di togliersi la vita, ma che a salvarlo dallo stato di depressione acuta nel quale era caduto furono proprio l’incredibile storia e la musica divina di Django Reinhardt.
Oltre a Tommy, altri grandi nomi della chitarra -jazz e non- come Bireli Lagrene, Jerry Garcia, Jeff Beck, Duane Allman e Chet Atkins hanno citato Django come una delle loro principali influenze, e come uno dei chitarristi che più han lasciato il loro segno nella storia, cercando di emularne lo stile e di raggiungere il suo stesso livello, quasi riuscendoci.


Quasi perché Django non era uno qualsiasi. Perché di Django ce n’è stato uno solo e non ce ne sarà mai più un altro.

 

Consigliati per voi:

Django Reinhardt - Nuages

Minor Swing - Django Reinhardt & Stéphane Grappelli

 

Andrea Mar

 

gutti

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