Bambini-soldato: perché le misure internazionali non bastano

May 31, 2018

Ho recentemente avuto modo di assistere alla presentazione del report 2016-2017 di Child Soldiers International sull’andamento delle reclute militari tra minorenni; un fenomeno, devo ammettere, di cui non sapevo assolutamente nulla (se non che di certo non rappresentava nient’altro che un rischio per la sicurezza dei minori, ma fino a qui c’è ben poco da discutere).

Child Soldiers International è una NGO che si occupa di combattere lo sfruttamento minorile in ogni sua forma e proteggere i giovanissimi dai conflitti armati, siano essi coinvolti come vittime o come soldati. Secondo recenti statistiche, un miliardo di minori di età compresa tra i 2 ed i 17 anni ha subito violenza fisica, psicologica o sessuale nell’anno appena trascorso, e la recluta dei minorenni nelle forze armate è considerata una forma di violenza esattamente al pari di quelle appena elencate. Considerando la gravità del fenomeno e la quantità di Paesi coinvolti (il campione statistico sopracitato ne conta 96), appare piuttosto improbabile che non esistano strumenti internazionali volti a contrastarlo. Ed effettivamente è così: la Convenzione sui diritti dell’Infanzia (entrata in vigore nel 1990 e ratificata da 196 Paesi), unitamente al Protocollo Addizionale concernente il coinvolgimento dei bambini nei conflitti armati, è lo strumento di cui la comunità internazionale dispone in materia. Il dubbio, a questo punto, sorge spontaneo: abbiamo davvero bisogno di monitorare un fenomeno previsto e arginato da una Convenzione a cui un così ampio numero di Stati ha aderito? La risposta è ovviamente sì, e con questo articolo intendo spiegarne il perché e in quale misura.

La Convenzione internazionale, per sua stessa natura, è uno strumento a maglie molto larghe: è vero che prevede una ratifica che comporta l’attuazione dei principi in essa contenuti, ma è anche vero che tale ratifica riguarda Stati che hanno piena sovranità sul proprio territorio e tale sovranità è esercitata liberamente, senza alcun tipo di influenza esterna (né tantomeno controlli). A ciò si aggiungono altri dilemmi giuridici di difficile soluzione: ad esempio, non è sempre chiaro se la ratifica della Convenzione comporti automatica implementazione della stessa nella legislazione nazionale, se riserve in merito siano ammesse, quale organo nazionale sia responsabile della sua capillare implementazione sul territorio (ammesso che esistano corpi nazionali ad hoc), e così via.

Ai limiti che sono propri di ogni convenzione in quanto tale, però, si aggiunge anche una certa vaghezza ed ambiguità in quanto previsto dal Protocollo Addizionale sui conflitti armati: con la ratifica, gli Stati si impegnano a non sottoporre ad arruolamento obbligatorio i minori di 18 anni, ma è fatta salva la possibilità di arruolarsi volontariamente anche prima della maggiore età. In quest’ultimo caso, l’obbligo che grava sugli Stati è quello di garantire “protezione speciale a coloro che non hanno compiuto 18 anni” (art.3). Nulla impedisce ad un minore, dunque, di entrare a far parte delle forze armate a 15 o 16 anni; la protezione speciale da assicurare è soggetta ad ampia discrezionalità decisionale da parte dei governi e ciò costituisce un forte limite rispetto all’efficacia tutelante delle misure in questione. Gli Stati si impegnano, inoltre, a garantire che “tale arruolamento sia effettivamente volontario”. Nella maggior parte dei casi, tuttavia, i minori che decidono di entrare a far parte dell’esercito nazionale provengono da un background fatto di difficoltà economiche, emarginazione sociale e scarsa istruzione, ed è la mancanza di prospettive lavorative adeguate che li spinge ad arruolarsi: un fattore, questo, che ha ben poco a che fare con la volontarietà della scelta in questione. Ulteriore impegno che i governi si assumono è di assicurare “che tale arruolamento abbia luogo con il consenso illuminato dei genitori o dei tutori legali dell'interessato, e che gli arruolati siano esaurientemente informati dei doveri inerenti al servizio militare e nazionale”: di nuovo, lo scarso livello di scolarizzazione di ragazzi e famiglie rende pressoché impossibile che queste condizioni si verifichino. Spesso i contratti per l’arruolamento sono stipulati da adolescenti che risultano poco più che analfabeti; anche nei rari casi in cui sappiano leggere e scrivere correttamente, non hanno gli strumenti per comprendere gli obblighi derivanti da un contratto, ancor meno il lessico giuridico. In moltissimi casi non sono a conoscenza neanche del fatto che non potranno lasciare la scuola militare una volta entrati, e i reclutatori hanno ben poco interesse a portarli a conoscenza di questo obbligo. Una delle scappatoie più usate (ed abusate) da parte dei pubblici poteri è quella di mascherare le scuole militari da istituti “tradizionali”, in modo da poter reclutare bambini di appena 8 anni; inutile dire che tale situazione è impossibile da monitorare per ciascuno dei 196 Paesi che ci interessano. Per concludere, è davvero tutelante una norma che fa leva sulla volontarietà della scelta quando così tanti fattori rendono evidente che non la si possa classificare come tale?

Altro aspetto del report su cui vale la pena soffermarsi è la modalità di arruolamento: le scuole militari (e, si noti, anche quelle europee) sfruttano la predisposizione dei ragazzi ad assumere modelli comportamentali rischiosi, presentando loro una realtà fatta di avventura ed adrenalina; nessun adolescente riflette mai sulla possibile perdita di integrità fisica che l’arruolamento potrebbe comportare, e ciò lo rende target privilegiato per i reclutatori. Le pubblicità per sponsorizzare le attività dell’esercito sono mendaci e non mettono in luce i pericoli cui l’arruolamento sottopone le giovani leve: è significativo che di recente, sulla rivista tedesca BRAVO, sia apparso un annuncio che recitava “Visita la Sardegna e le Alpi gratuitamente, mandaci la tua domanda!”. Un annuncio interessante, se si fosse effettivamente trattato di pubblicizzare un luogo di villeggiatura o un posto di svago. In realtà, qualunque teenager avesse voluto compilare la domanda avrebbe sicuramente visitato la Sardegna o chissà quale altra meta paradisiaca, ma come membro dell’esercito tedesco, non come turista. A ciò si aggiungono i recentissimi (e gravi) episodi di nonnismo a danno di minorenni volontari, di cui la stampa nazionale ha parlato ampiamente. Lasciando da parte le spose di Boko Haram e i cuccioli del Califfato, insomma, si possono sollevare questioni irrisolte anche riguardo le scuole militari europee.

Se la Convenzione internazionale non è sufficiente, quindi, meglio puntare anche sull’ausilio di misure alternative disponibili. Tra queste c’è INSPIRE, un progetto promosso dalla WHO che include sette strategie per combattere ogni forma di violenza contro i minori, tra cui, ovviamente, la recluta dei minorenni negli eserciti, instaurando un costante dialogo in merito tra settore pubblico, privato e società civile, sia nell’attuazione delle misure che nel monitoraggio dei risultati.

 

 

Per concludere, se la cattiva notizia è che c’è ancora moltissimo da fare, quella buona è che abbiamo tutti gli strumenti per iniziare.

 

Per chi volesse approfondire il progetto:

http://apps.who.int/iris/bitstream/handle/10665/207717/9789241565356eng.pdf;jsessionid=238573141FC9C728350D51EBC4FE9C44?sequence=1

 

Laura Mucciarelli

 

 

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