Un mondo rinchiuso dietro una porta sigillata

La vita segreta di un reparto di Neuropsichiatria, dove sogni e paure si incontrano


“Ieri sono andata nel reparto di Neuropsichiatria infantile di Torino...” Silenzi. Sguardi dubbiosi. Fronti corrucciate. Sussurri. Ogni volta la medesima reazione, ogni volta lo stesso vuoto tra me ed il mio interlocutore. E’ ora di superare questo abisso, è ora che il mondo sappia quanta fragile, genuina bellezza nasconde un luogo del genere, quanti fiori meravigliosi sbocciano dopo che la tempesta ha colpito il terreno. I reparti di neuropsichiatria, soprattutto infantile, sono luoghi circondati dal silenzio, sono luoghi tabù... Chi non vi è mai stato costretto ad entrarvici in contatto, solitamente, preferisce ignorare l’esistenza di un posto che raccoglie le anime di chi, seppur troppo giovane, già è stato divorato dai mostri dell’esistenza. L’idea che ci siano bambini e ragazzi che, invece di godersi la vita come meriterebbero, debbano fronteggiare traumi e problemi mentali mette a disagio. Fa male pensare che già in tenera età ansia e depressione possano colpire, che in corpi ancora così verdi sia già radicata una così grande paura di vivere. Spesso ho visto anche sprazzi di rabbia nei confronti di chi si trova dietro la porta sigillata che recita la sigla NPI; sono giovani, spesso (per lo meno inizialmente) fisicamente in salute, belli... Perché non vogliono vivere? Per quale motivo si fanno del male con le loro stesse mani? Perché non reagiscono?... Ci va un grande coraggio a superare quella porta, a mettersi dietro le spalle paure e pregiudizi ed entrare in contatto con le vibrazioni di un luogo all’apparenza tanto ostile... Ma quello che si trova dietro quella soglia, quella barriera d’oro che allo stesso tempo rinchiude e protegge, merita di essere conosciuto, dev’essere conosciuto. Occhi grandi che racchiudono abissi, sguardi bassi per proteggerli, per evitare che altri possano cadervici... Occhi luccicanti di lacrime -lacrime di paura, di stanchezza, di felicità- nei quali le luci artificiali si riflettono e diventano veicolo di emozioni non espresse... Occhi spaventati, occhi pieni di parole, occhi stanchi... Sguardi rabbiosi, sguardi feriti, sguardi complici. Questa è la prima cosa che colpisce entrando, insieme alla cacofonia di suoni diversi: pianti, risa, porte che sbattono... Eppure è il silenzio dignitoso con cui ciascuno porta avanti la propria battaglia personale a risuonare con più potenza nel petto di chi entra in reparto, un silenzio vibrante di pensieri che corre lungo il corridoio e rimbalza sulle pareti, un silenzio che si tramuterà in un grido, in mille parole, in lunghi singhiozzi; un silenzio che i medici dovranno spezzare e gli infermieri capire, un silenzio che, in fondo, ciascuno di loro in parte si porterà per sempre dentro, cicatrice indelebile. All’interno di un reparto di NPI infantile, però, nell’aria non si percepiscono solo le difficoltà e le ferite dei pazienti... Se si presta attenzione c’è un raggio di sole che spezza le tenebre e pian piano dissipa la nebbia che offusca la mente di chi si trova a combattere contro i propri fantasmi: sono la solidarietà e l’affetto che uniscono chi vive una parte della propria vita dietro quella porta blindata.

Ogni paziente trova in NPI una nuova famiglia: per alcuni un supporto aggiuntivo, per molti una relazione più sana, per qualcuno un affetto mai provato. Se non si ha il coraggio di vederlo con i propri occhi, non lo si può comprendere fino in fondo... Il sostegno dei medici che ascoltano, non giudicano, che sfidano i mostri guardandoli negli occhi, senza spaventarsi, senza gettare mai la spugna; la comprensione delle infermiere, i loro abbracci, i loro camici che assorbono le lacrime e le asciugano, le loro mani intrecciate a quelle dei pazienti a ricordar loro che non sono soli. E poi i ragazzi, pronti ad aiutarsi a vicenda, a far ridere chi piange, a far fronte comune contro le brutture della vita. Sono legami forti quelli che si creano, legami che rimangono dentro, indissolubili.

Quando i ragazzi vengono dimessi sono persone nuove... Non hanno ancora vinto la loro battaglia, ma hanno ritrovato la forza per combatterla. Le crepe in cui si era insinuato il dolore, si sono trasformate in accessi al loro io più profondo. Questi luoghi non devono intimorire, devono ispirare. Perché sebbene siano dimora di grandi sofferenze, sono anche pregni di una solidarietà incondizionata. E, soprattutto, sono liberi da qualsiasi giudizio, che spesso è la lama che infligge le ferite più dolorose.

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