In viaggio oltre la frontiera

November 16, 2018

 

Il 5 novembre 2018 l’Università Bocconi ha organizzato un incontro sulle tematiche migratorie, tenuto da Paolo Magri e Valentina Petrini, dal titolo “In viaggio- Oltre la frontiera”.
L’incipit del professor Paolo Pinotti ha evidenziato soprattutto dati e numeri del fenomeno migratorio, evidenziandone la portata e spiegato come flussi e rotte cambino repentinamente in seguito a shock geopolitici. Ha sottolineato anche l’importanza della conoscenza di determinati dati, come il numero delle domande d’asilo accettate nei vari paesi europei e mettendole in relazione con il numero di abitanti, per non credere a parziali verità proposte in campagna elettorale sul ruolo principale giocato dall’Italia nell’accoglienza.
La conferenza vera e propria è iniziata con la proiezione di un video di varie testimonianze  del  viaggio infernale che devono affrontare persone di ogni età per arrivare in Europa, immaginata ed idealizzata come un’isola felice.  Tanti e differenti gli Stati di partenza e le ragioni che spingono ad intraprenderlo. Testimonianze di dolore, agonia e morte. Paolo Magri ha sottolineato come sia usuale parlare di numeri e non di immagini, essendo necessario, invece, ricordare che si tratta di esseri umani che vivono esperienze di cui non abbiamo piena conoscenza. Le ormai demonizzate ONG, attraverso interviste ai migranti arrivati dalla Libia, cercano di riportarci alla realtà, fatta sicuramenti di numeri, ma soprattutto di storie.
Le prese di posizione estreme riguardo al fenomeno, dal sogno di una totale accoglienza alla cieca chiusura, sono folli. Fondamentale è distinguere all’arrivo migranti economici dai rifugiati, ma questo avviene molto raramente. Il risultato è che si trovano per strada sia coloro che potremmo, o dovremmo, rimandare a casa, che coloro che ci siamo impegnati internazionalmente ad accogliere. Pochi imparano la lingua, non si inseriscono nel mercato del lavoro, creiamo quindi delle persone al di fuori della società che vagabondano attorno le stazioni. Magri pronostica che tra 10 anni ci sarà un reale problema sociale e di sicurezza in quanto dovremo fare i conti con mezzo milione di individui marginali, molti dei quali girano a vuoto perché rifiutati o in attesa dell’accettazione del visto richiesta d’asilo, vivendo in un pericolosissimo limbo.
Quello dell’immigrazione è un tema che paga tremendamente in termini politici. Ovunque.  Le interviste fatte oltreoceano a Trump, pregne di slogan come “non ci faremo invadere”, “difenderemo il nostro paese” evidenziano come questi slogan alimentino una falsa emergenza. Si affronta questo fondamentale tema politico mettendo insieme nativismo e sovranismo, il tema della paura con quello della sicurezza (presenza di cellule terroriste, criminalità ed invasioni culturali). I temi identitari forti aiutano la vittoria alle elezioni, riportano il tema della paura facendo sì che il politico si erga a protettore.
È un tema non solo americano ma anche italiano: proviamo ad immaginare uno scenario non troppo lontano: tra 6 mesi, se non ci fosse il reddito di cittadinanza o se la flat tax non fosse applicata se ne accorgerebbero soltanto quegli italiani che hanno votato certi partiti. L’immigrazione, su cui gli italiani hanno percezioni distorte 4 volte di più, sarà invece utilizzata sempre come uno spot pubblicitario: tutti i migranti a Lampedusa e gli scogli frastagliati dell’isola costantemente pieni.
Ci si chiede dove sono e quali siano i luoghi di ritrovo degli immigrati. Significativo il parallelismo che il professor Magri fa con le migrazioni degli italiani nel dopoguerra. Anche i nostri avi in Germania, la sera si trovavano nelle piazze e nelle stazioni, piene di “terroni”. I pugliesi a Milano si trovavano a piazza Duomo. È così che si viene a creare una sensazione di invasione.
Analizzando a livello globale i fattori che determinano l’ondata, che non è clamorosa ma è in crescita, si realizza che complessivamente i migranti nel mondo hanno oggi raggiunto un livello record: 243 milioni, di questi i rifugiati (da guerra) sono 20 milioni; si tende ad unire queste due categorie ignorando che i rifugiati siano un decimo del numero complessivo. La visione comune degli arrivi è attraverso l’approdo via mare, ma non tutti i migranti arrivano con barche, molti arrivano con un volo ed un visto turistico ed in seguito spariscono.
La domanda che sorge spontanea è il perché di queste crescite, perché aumentano i rifugiati? Sicuramente non perché ci sono più conflitti tra Stati, sono in aumento invece i conflitti all’interno degli stati stessi, come nel caso della Libia o della Siria.
La grande novità è che la crisi è oggi molto vicina a noi, ma molti rimangono in Africa spostandosi attraverso i confini. Di nuovo il professore paragona gli spostamenti al dopoguerra italiano, dove non tutti emigrarono negli Stati Uniti, ma molti nella vicina Svizzera.  
La demografia è un altro fattore determinante nell’andamento del fenomeno. Secondo le stime la Nigeria nel 2050 diventerà popolosa quanto tutta Europa: e l’Africa diventerà demograficamente 3 volte l’Europa: con poca capacità di gestione dei conflitti.
Terzo ed ultimo importante fattore è che l’Africa, a differenza dei paesi asiatici, non ha avuto un tasso di crescita economica significativa. È questo che causa migrazioni economiche. Fin quando c’è un differenziale economico c’è un effetto di attrazione verso il paese più ricco e ci sarà sicuramente un flusso. Lo scorso anno l'Italia è risultato il Paese con il tasso di natalità (8xmille) più basso tra quelli dell'Ue. Lo scorso anno abbiamo perso 700 mila persone, tra decessi e fuga di cervelli, e ne sono arrivate 50 mila. Vero è anche che la scolarità di uscita in Italia è alta, al contrario la scolarità in entrata è drammatica.
L’Europa non è in grado di gestire e risolvere i conflitti, gli aiuti che diamo all’Africa sono di poco inferiori alle rimesse che arrivano in Africa. Non sappiamo fare e creare sviluppo. L’Italia, che è un paese sovrano, osserva provocatoriamente Magri, sta investendo in Italia per sviluppare il sud. Ma se ne fossimo stati capaci la questione meridionale sarebbe già stata risolta. E se anche fossimo capaci di far aumentare il reddito dei paesi africani, questo non farebbe altro che aumentare il flusso, infatti i viaggi verrebbero comunque effettuati utilizzando meno risparmi familiari. Stiamo gestendo al peggio questo fenomeno che rischia di trasformare la marginalità in criminalità o terrorismo.
La giornalista Valentina Petrini, ha sottolineato l’importanza dell’andare nei luoghi e toccare con mano la realtà del viaggio, vivere ed osservare le rotte migratorie da dentro. Mentre la politica si interroga su come interromperle, il “flusso” si sta già avviando verso la scoperta di una muova rotta. Il ritardo dell’arrivo delle politiche economiche si è manifestato chiaramente alla Petrini quando, giornalista durante un viaggio nel 2014 con un gruppo di siriani, alla notizia della chiusura della rotta ungherese, l’allora porta d’Europa, mentre attraversavano la Serbia, deviarono immediatamente verso l’Albania o il Kosovo. Niente può fermare i flussi che vanno al di la delle decisioni politiche. Il trattato di Dublino non regola la situazione reale attuale: il paese di competenza non può essere il primo paese d’arrivo. Sempre più anime si spostano verso nuove rotte, e nonostante i media non ne parlino, ogni giorno ci sono enormi spostamenti in corso.
Il Niger, per esempio, gode di una posizione strategica e nessuno perlustra il deserto. Nel deserto del Sael muoiono più persone che nel mediterraneo, siamo semplicemente più abituati a fotografie nel mare. L’inefficacia del decreto Minniti è stata evidente nella fallace via securitaria nigerina. Nei rapporti internazionali si leggeva che grazie agli accordi questa rotta si era azzerata per il 70 per cento, ma chiaramente non è davvero così. Solo parlando con trafficanti ci si rende conto della facilità e naturalezza con cui questi svolgono il proprio lavoro, trasportando carovane di migranti disperati come delle bestie e consegnandoli alle tribù sul confine libico. Se il trafficante vede i militari deve fuggire, abbandonando i migranti. Ogni giorno si escogitano delle rotte clandestine alternative che raggirano le pattuglie. Nel Sael migliaia di persone continuano a partire, al contrario di quanto raccontato dai documenti ufficiali.
Magri, effettuando un continuo parallelismo con il sud Italia, ci ha parlato delle partenze da Napoli e della rotta Italia-Usa nel dopoguerra. Soltanto adesso stiamo raccontando la storia dell’immigrazione italiana, nessun editore italiano ha mai stampato i racconti della nostra migrazione, essendo pagine tristi ed oscure della storia italiana. Non c’è una politica attiva e sana, si continua a discutere su Dublino e sulla solidarietà tra paesi sapendo che non ci sarà, riducendo il peso delle strutture che favoriscono l’integrazione, aumentando il peso delle strutture detentive. È necessario trovare politiche attive.
Con Trump si è inaugurata una nuova stagione di rapporto tra politica e informazioni, osserva la giornalista. Dall’accusa di fake news ai rapporti ed indagini su di lui, alla facilità con cui ci si disumanizza. Affermare che il bambino siriano morto annegato che giace sulle rive del mare sia un bambolotto è una grande strategia di comunicazione, si cerca di ricalibrare la situazione facendoci abituare alle nefandezze più assurde. Manca una visione dell’opposizione a sinistra, che non ha saputo proporre un modello alternativo a quello nazionalista. Accanto alle vere fake news si macchia la credibilità dell’informazione: un attacco frontale perché la credibilità di chi informa è stata minata.  
L’incontro si è concluso con il monito a sviluppare la curiosità, di andare al di là dei titoli di giornale, di sviluppare una salda opinione personale.  Anche se per fare ciò dovesse essere necessario “mettere il naso fuori dall’Italia”.

 

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