Fine pena: ORA

“Fine Pena: ORA” è un romanzo di Elvio Fassone, ex magistrato della Cassazione, presidente della Corte di Assise di Torino, membro della Commissione permanente Giustizia e, per due mandati, Senatore della Repubblica Italiana.

Fassone è uno dei Giudici del maxiprocesso che si svolge a Torino nel 1985, contro la mafia catanese; tra i vari imputati c’è Salvatore, un giovane Boss che si è lasciato alle spalle una scia di morte, e che per questo viene condannato all’ergastolo ostativo, proprio da Fassone.

Salvatore ha commesso i crimini più atroci, e il Magistrato applica ciò che è previsto dalla Legge.

Il Processo dura due anni, e Fassone, che all’epoca ricopre il ruolo di Presidente della Corte di Assise, ormai conosce gli imputati. Una frase pronunciata da Salvatore, in particolare, rimarrà impressa nella mente del Giudice, e gli permetterà di sviluppare un’empatia particolare nei suoi confronti, che poi si trasformerà in un rapporto di fiducia e di rispetto per i successivi ventisei anni:

“se suo figlio nasceva dove sono nato io, adesso era lui nella gabbia”

Fassone decide allora di intraprendere un viaggio in due direzioni: la prima verso Salvatore, per sostenerlo ed aiutarlo a diventare una persona migliore, a non sentirsi solo ed abbandonato; e la seconda nei principi del Diritto, perché sente che qualcosa non è come dovrebbe, che qualcosa è ingiusto.

La legge italiana prevede, all’art. 22 c.p., come pena massima che può essere inflitta ad un reo, l’ergastolo: la reclusione a vita.

Questa pena è applicabile in due diverse modalità:

- Ergastolo tradizionale: concede al condannato la possibilità di usufruire, dopo dieci anni di pena scontata, e qualora egli si comporti in un determinato modo, di alcuni benefici previsti dalla legge, quali ad esempio l’assegnazione di un posto di lavoro all'esterno, alcuni permessi premio, misure alternative alla detenzione (dopo venti anni di pena scontata), affidamento in prova, detenzione domiciliare (dopo ventisei anni di pena scontata), e così via.

- Ergastolo ostativo: non è previsto nessun beneficio o riduzione o conversione della pena. Il condannato, qualsiasi sia il suo comportamento durante la detenzione, qualsiasi miglioramento abbia, non potrà mai, per nessuna regione, uscire dal carcere. La pena ostativa è inflitta a determinate categorie di condannati, espressamente previste dalla legge e considerate particolarmente pericolose: associazione di tipo mafioso (art. 416 bis c.p.), sequestro di persona a scopo di estorsione (art. 630 c. p.), associazione finalizzata al traffico di droga (art. 74 D.P.R. n. 309/1990). I condannati all’ergastolo ostativo, quasi esclusivamente mafiosi, possono vedersi la pena convertita solamente se divengono collaboratori di giustizia (i cosiddetti “pentiti”), ma spesso questo implica (per il reo o per la sua famiglia) conseguenze ben peggiori del carcere a vita. Sui certificati di reclusione di questi soggetti c’è impressa la scritta “fine pena: mai”.

In base all’articolo 27 della nostra Costituzione, la pena deve avere uno scopo rieducativo, mirare alla rieducazione del reo e al suo reinserimento nella società.

Articolo 27 Costituzione: “L'imputato non è considerato colpevole sino alla condanna definitiva. Le pene non possono consistere in trattamenti contrari al senso di umanità e devono tendere alla rieducazione del condannato”

Ma allora che senso ha una pena irreversibile? Come può un soggetto, sapendo di non aver nessuna possibilità di essere riabilitato, nessuna possibilità di uscire dal carcere, percepire la pena come giusta e intraprendere un percorso di miglioramento e redenzione?

Proprio in questi mesi l’ergastolo ostativo è arrivato davanti alla Corte Costituzionale che, il 21/06/2018, ha emesso una storica decisione: è incostituzionale negare qualsiasi beneficio penitenziario ai condannati all’ergastolo, è troppo rigido l’automatismo che impedisce al magistrato di valutare il progressivo miglioramento del condannato. Così si è pronunciata anche la Corte Europea dei Diritti dell’Uomo, sempre nei mesi scorsi.

Il romanzo di Fassone, allora, si dimostra attuale e toccante: il punto di vista di un Giudice, anzi, proprio del Giudice che ha condannato un giovane Boss mafioso ad una pena perpetua, ma che al contempo riflette sull’essenza della pena stessa e sul senso della reclusione in Italia.

Se è giusto che chiunque commetta un reato sia punito, è giusto anche che questa punizione sia volta alla rieducazione e alla risocializzazione del condannato. Perché chiunque può commettere un errore nella vita, e chissà, come dice Salvatore “se suo figlio nasceva dove sono nato io, adesso era lui nella gabbia”. Allora il compito dello Stato, ed il senso del Carcere, non è “chiuderli tutti dietro le sbarre e buttare via la chiave”, ma aiutare chi ha sbagliato a capire che c’è un altro modo di

“Fine pena: mai” è una condizione equiparabile alla tortura, o alla pena di morte; è una condizione che lascia il reo senza speranza, senza nessuna ragione per combattere contro quella parte di sé che lo ha costretto dietro le sbarre. L’ergastolo ostativo è una pena ingiusta e inefficiente, questo è il pensiero a cui giunge il Giudice Fassone, dopo un lungo e stenuante percorso introspettivo e di analisi del Diritto.

Per i condannati all’ergastolo ostativo l’unica via di uscita è la morte, per loro, la morte e solo la morte, può significare “Fine pena: ora”.

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