Senza dimora ma non senza volto: uno sguardo nuovo, oltre il cumulo di coperte e cartoni

January 21, 2019

 

 

Gennaio, fa freddo. Esco di casa chiedendomi se ho preso tutto il necessario per combattere il freddo, lì fuori dalla porta:

  • Berretto di lana, c’è

  • Guanti, ci sono

  • Sciarpa a mo’ di coperta, c’è

Conto alla rovescia per arrivare al tanto agognato calduccio del caffè in cui so per prendere una tisana bollente con zucchero e biscotti: un passo, due passi…Poi però dalla fessura tra berretta e sciarpa lo sguardo è attratto dal cumulo di cartone e coperte sul marciapiedi, e sento un gelo ancora più forte: penso a quanto i tuoi occhi siano ormai abituati a questa visione, che ormai passa inosservata, nella frenesia della quotidianità della grande città. E invece questa volta, non so bene perché, mi ritrovo a ripercorrere la stessa check-list di pochi minuti prima, o quasi:

  • Berretto, c’è

  • Guanti, ci sono

  • Sciarpa, c’è

  • Casa da cui uscire, MANCA

  • Caffè a cui andare, MANCA

Non sto pensando a me e al mio mondo sicuro, anche se freddo, e penso “Che mondo ingiusto, c’è chi ha tutto e c’è chi non ha niente”. Poi vedo che accanto a quel cumulo di coperte ci sono una pizza, quasi intera, e dei biscotti: il primo istinto è pensare “Ma allora, perché aiutare se l’aiuto non è gradito?”. Perché mai rifiutare, se qualche passante ti dona qualcosa di cui hai bisogno? Apparentemente è ingrato e, a dirla tutta, anche illogico, senza alcun senso.

Allora ripenso a quella volta in cui sono andata a contare i senza dimora nelle strade milanesi, durante il censimento racContami 2018: in quel momento gli occhi stavano proprio cercando quelle persone, ed era stato incredibilmente più naturale pensare a loro come persone, non come a cumuli di coperte che ormai, ahimè, sembrano fare parte dell’arredo urbano. Anche adesso faccio lo sforzo di pensare non ai cartoni ma alla persona lì sotto, o forse addirittura alle persone, e provo a chiedermi perché ha lasciato nel cartone quella pizza. Ecco, piano piano queste persone iniziano a reclamare un volto, perché, come i risultati dello stesso censimento mostrano (http://www.frdb.org/page/novita-progetti/scheda/raccontami-2018-milano/doc_pk/11314), la categoria dei “senza dimora” è incredibilmente ampia ed eterogenea: uomini e donne, lavoratori e disoccupati, giovani e vecchi. 2 persone ogni 1.000 abitanti sono senza dimora, e di loro un terzo sono giovani, sotto i 35 anni: capisco che alcuni sono più simili a me di quanto potessi pensare, che magari qualche mese fa avevano la mia stessa vita. Mentre intervistavo quel ragazzo, ospite di un dormitorio da circa due settimane, non sono riuscita a trattenere un guizzo di stupore negli occhi quando ho chiesto l’età e lui mi ha detto il suo anno di nascita, ed era il mio stesso anno di nascita: mi ha chiesto cosa non andasse, se avesse detto qualcosa di male, ma non aveva detto niente di male, e la mia reazione non era dovuta ai racconti delle malefatte per guadagnarsi da vivere all’inizio, né ai sogni un po’ fantasiosi e tutt’altro che pragmatici di diventare calciatore. Non erano stati i suoi racconti il motivo dello stupore, perché era evidente che fossero discorsi ben conditi di invenzioni e bugie, era stato l’attimo in cui aveva detto la sua data di nascita, a farmi realizzare come queste persone non siano su un altro pianeta, ma sulla mia stessa strada, simili a me più di quanto si possa immaginare fermandosi al cumulo di coperte. Da quel giorno mi sono fatta una promessa: di non ignorare come si ignora l’arredo urbano a cui gli occhi si sono ormai abituati, di non cedere al buonismo sterile che spesso finisce per scadere in un modo come un altro per essere indifferenti, convincendosi che “Sono vittime, non sarò certo io a salvarli se hanno avuto la vita e il mondo contro”. Mi sono ripromessa di sforzarmi di pensare a chi c’è lì sotto alle coperte, a perché possa aver deciso di essere in quel 23% dei senza dimora che dormono in strada anziché nei centri di accoglienza, sebbene circa il 10% dei posti letto siano liberi. Mi sono ripromessa di lasciare comunque lì vicino, se posso, un pacchetto di cracker o un bicchiere di thè caldo, anche se so che magari non verranno consumati: è vero che molti di loro sono vittime di un destino che non hanno scelto, e se questo ha fatto perdere loro fiducia negli altri e nella vita, o se il ricordo di come erano li fa vergognare di come sono diventati, al punto di rifiutare l’aiuto, forse vedere che qualcuno pensa a loro come persone può far tornare, piano piano, un po’ di quella fiducia persa. A noi rimane il dubbio che il thè caldo non venga bevuto, ma a lui, o lei, lì sotto, forse viene il dubbio che fuori ci siano persone come loro che provano a dare loro un aiuto ma, prima di tutto, un volto.

 

 

 

 

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