Venezuela: da faro di una nuova rivoluzione socialista all'isolamento con un popolo che lotta per la sopravvivenza.

February 12, 2019

 

“Este país caerá infaliblemente en manos de tiranuelos casi imperceptibles, de todos los colores y razas”

Simón Bolívar.

“Questo paese cadrà inevitabilmente nelle mani di tiranni quasi insensibili, di tutti i colori e razze…”

- Simón Bolívar.

 

 

 

 

 

Dal 1992, anno dei due tentativi di colpo di stato contro l’allora presidente Carlos Andrès Perez, la sinistra bolivariana ha cominciato a prender piede in Venezuela. Accusato di aver fomentato i militari ribelli, il comandante Hugo Chavez fu incarcerato per due anni, durante i quali pianificò una rivoluzione populista poi realizzata tra il 1995 e il 1997. Secondo Chavez, il Venezuela doveva riformulare la sua Assemblea nazionale costituente. Viene eletto presidente nel 1999. I temi portanti della sua campagna, come la lotta alla corruzione e al degrado morale del paese, vennero sempre subordinati all'idea di una nuova Carta Costituzionale e al conseguente rinnovamento dei poteri dello Stato. Beneficiando di un grande appoggio popolare, Chavez convocò nel suo primo anno di presidenza un referendum per cambiare la costituzione del 1961. Da allora il Venezuela ha intrapreso un drastico cammino verso una nuova sinistra: si è dotato di una nuova Costituzione che aumentava da 5 a 6 anni il mandato presidenziale e un limite di due mandati consecutivi della presidenza. Obiettivo della sua politica era promuovere il benessere sociale, economico e politico della nazione. focalizzandosi su un’idea di nuovo socialismo, quello del 21 secolo, nel quale le classi più svantaggiate avrebbero avuto un forte appoggio statale attraverso sussidi alimentari, sanitari ed educativi, candidando il Paese al titolo di “nuova Cuba”.
Contemporaneamente all’instaurarsi di un regime di estrema sinistra in Venezuela si riducevano in maniera preoccupante la libertà di espressione e la tutela dei diritti civili, riducendo al silenzio qualsiasi opposizione.
Il successo del chavismo si spiega considerando decenni precedenti in cui la politica aveva discriminato e umiliato il ceto popolare. Chávez ha ridato loro orgoglio sfavorendo la classe medio-alta. Ma tale rovesciamento non ha portato più giustizia, democrazia, legalità: anzi, nel caos la violenta microcriminalità si è diffusa in tutta la nazione.

A Chavez, morto nel 2013, succede Maduro, attuale presidente, che ha portato il Venezuela, il paese più ricco dell’America Latina, ad una delle peggiori crisi sociali, politiche ed economiche della storia, con una iperinflazione arrivata a 1.300.000 per cento all’inizio di quest’anno e che potrebbe raggiungere quota 10 milioni per cento nei prossimi mesi, secondo uno studio della National Assembly. Negli ultimi due mesi i prezzi si sono duplicati in media ogni 19 giorni. I supermercati sono completamente vuoti, con file infinite per procurarsi beni di prima necessità. Paradossalmente per diversi mesi era possibile comprare facilmente solo Coca Cola. Il consenso popolare è ancora oggi mantenuto attraverso la distribuzione di pacchi di viveri, situazione simile a quella vissuta dai nostri nonni durante la guerra.

La repressione dell’opposizione, la crisi petrolifera e l’esodo massiccio dei venezuelani sono soltanto alcuni dei fenomeni che il chavismo ha lasciato all’attuale Venezuela. Dalla morte di Chavez, Nicolás Maduro non può più contare sui guadagni petroliferi che avevano permesso al suo predecessore di condurre una politica sociale generosa. La produzione di petrolio continua a calare e il paese non può più ripagare i debiti. Come risultato fame, mortalità infantile in forte aumento, mancanza di medicinali e la miseria più nera in un paese che, occorre ripetere, per decenni è stato il paese più ricco dell’America Latina, ricco di materie prime, terza potenza mondiale per giacimenti di petrolio, anche se segnato da enormi disuguaglianze. Fu il primo stato ad aver debellato la malaria nel 1961 che oggi è ritornata in almeno 10 dei suoi 24 stati, con previsioni di un aumento, per il 2019, del 50% rispetto al 2018. Di questo passo si avranno più di un milione di casi in un anno, numeri che il Venezuela aveva all’inizio del ventesimo secolo.

Nel maggio 2018 Nicolás Maduro è stato eletto alla guida del Venezuela per un secondo mandato, ricevendo ufficialmente il 67 per cento dei voti in uno scrutinio a cui ha partecipato però meno di un terzo degli elettori. Negli ultimi quattro anni più di tre milioni di venezuelani ha lasciato il paese, riducendo la popolazione di circa il 10%.

Il parlamento controllato dall’opposizione ha dichiarato “illegittimo” il secondo mandato di Maduro, ma il presidente ha privato i parlamentari delle loro prerogative e ha messo fine alla separazione dei poteri. Ha imprigionato diversi oppositori e preso di mira i mezzi d’informazione. La sua legittimità è contestata da 13 paesi dell’America Latina, che con la firma di una dichiarazione comune con cui si rifiutano di riconoscere il nuovo mandato, insieme agli Stati Uniti hanno riconosciuto l’opposizione come legittimo governo del Venezuela. L’Europa è sulla stessa linea, ma la Russia, accomunata al Venezuela dalla politica di svuotamento delle istituzioni e dalla privatizzazione del potere dello Stato, considera la sopravvivenza di Maduro fondamentale per i suoi interessi vitali, e la Cina continua a sostenere il Venezuela, prestando molto denaro al governo e facendosi ripagare in petrolio.

Il 23 gennaio 2019, durante la manifestazione antigovernativa convocata dall’opposizione a Caracas e in altre città del Venezuela, Juan Guaidó, 35 anni e da pochi giorni presidente del Parlamento, si è autoproclamato presidente ad interim del paese con l’obiettivo di guidare la transizione democratica fino alla convocazione di nuove elezioni.

Mentre una parte della popolazione, colpita dall’inflazione e dalla fame, è favorevole a un cambio di governo, un’altra parte dei venezuelani sostiene ancora Maduro. Probabilmente il futuro prossimo del paese dipenderà dalle forze armate, se decideranno di rimanere leali al governo socialista o meno. Almeno 40 persone sono morte dal 21 gennaio e le nazioni unite hanno avvertito che la situazione potrebbe andare fuori controllo.

Ad oggi sono 19 i Paesi europei che – trascinati da Francia, Gran Bretagna, Spagna e Germania – legittimano le rivendicazioni del presidente dell’Assemblea nazionale venezuelana. Il governo populista italiano, nonostante i 100 mila connazionali ancora presenti in Venezuela, non avendo raggiunto una posizione unanime non si è ancora espresso, in quanto i due partiti di governo, Lega e 5 Stelle, hanno idee diverse sull'ascesa di Guaidó e sul destino di Maduro. Il presidente autoproclamato Guaidò ha fatto un appello all'Italia affinché si unisca alla decisione degli altri Paesi europei: «Non è facile per noi capire la politica italiana o le difficoltà interne del vostro governo ad assumere certe posizioni», ha dichiarato il leader dell'opposizione, «L'Italia segua l'Europa: non c'è tempo». Per il Presidente Mattarella non possono esservi incertezze né esitazioni: «La scelta è tra volontà popolare e richiesta di autentica democrazia da un lato, e dall'altro la violenza della forza e le sofferenze della popolazione civile». 
Ad oggi Guaidò ha chiesto un incontro con Salvini e Di Maio per spiegare il difficile momento di transizione che il suo Paese sta vivendo.

Da faro della rivoluzione, il Venezuela si trova oggi isolato, e l’unica priorità dei suoi abitanti è la sopravvivenza.

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