Il Presidente centravanti

March 5, 2019

 

“Ciao a tutti, belli e brutti!” Leone sia in campo che fuori, quando George Weah decide di prendersi il palcoscenico non ce n’è per nessuno, poco importa che la competizione sia su un campo da calcio o in piena campagna elettorale per portare un periodo di pace e prosperità alla sua nativa Liberia.
Nato nel 1966 a Clara Town, baraccopoli sita nella zona più povera di Monrovia, George Weah è uno di quei ragazzi che sono fuggiti dalla miseria tirando calci ad un pallone con il sorriso sulle labbra, nonostante le asperità della vita quotidiana. La sua carriera calcistica inizia con l’Invincible Eleven, modesta squadra di Monrovia con la quale milita dopo aver finito il turno di lavoro come centralinista, e nel 1988 la fortuna decide di sorridergli quando viene acquistato dal Monaco e può così lasciare la povertà e trasferirsi in Europa. Trascorre sette anni in Francia, con le maglie di Monaco e Paris Saint-Germain, facendo innamorare le tifoserie con le sue corse interminabili palla al piede, le sue zampate vincenti, i goal indimenticabili e soprattutto con la sua simpatia, la parlantina sciolta e il grande interesse per il sociale.
All’apice della popolarità si trasferisce in Italia, sponda rossonera del naviglio milanese, alla corte rinascimentale di Berlusconi, per cimentarsi con una sfida ai limiti dell’impossibile: raccogliere la pesante eredità del cigno di Utrecht Marco van Basten, costretto ad un precoce ritiro da reiterati problemi fisici.
Un compito arduo per chiunque, ma non per Weah, che chiude la prima stagione in rossonero conquistando il pallone d’oro -primo extraeuropeo e unico africano ad aggiudicarsi tale trofeo- ambito riconoscimento che viene assegnato di anno in anno al calciatore che ha disputato la stagione migliore. L’anno seguente Weah inaugura il campionato segnando quello che viene reputato il miglior goal della sua carriera: alla prima giornata di campionato, contro il Verona, Weah raccoglie un pallone vagante nella propria area di rigore, si lancia in un contropiede solitario saltando un numero indefinito di avversari e conclude la propria folle corsa trafiggendo l’estremo difensore scaligero con un destro imparabile dopo uno scatto di 90 metri. Lo stadio esplode e il nome di re George è sulla bocca di tutti, ma per lui le reti più belle saranno quelle segnate con il suo impegno nel sociale e le acclamazioni più soddisfacenti sono i ringraziamenti dei bambini della sua scuola in Liberia, che faceva studiare a sue spese.

 

 


Ritiratosi dall’attività agonistica nel 2002, Weah profonde tutti i suoi sforzi nell’attività sociale e politica, annunciando una sua possibile candidatura alle elezioni presidenziali liberiane del 2005, nelle quali sarà però sconfitto al ballottaggio dall’economista Ellen Johnson Sirleaf. Dopo un periodo trascorso negli Stati Uniti d’America, durante il quale conseguì una laurea in business administration, torna in patria per acquisire più esperienza nel tortuoso mondo della politica e nel 2014 riesce ad ottenere un seggio nel Senato. Gli anni di rodaggio e l’immensa fama guadagnata da sportivo prima e da ambasciatore dell’Unicef poi lo rendono un candidato molto forte: nel 2017 Weah si candida nuovamente alla presidenza e stravince il ballottaggio contro il vicepresidente uscente Joseph Bokai ottenendo il 61,5% al grido di “Amandla” -che la forza sia con voi- l’urlo degli schiavi liberati.
Nel suo primo discorso da insediato Weah ha promesso di combattere la corruzione e di iniziare un piano di investimenti pubblici per provare a far ripartire l’economia di uno dei paesi più poveri del pianeta. Non tutto è rose e fiori, dato che Weah si trova a dover governare un paese privo di esercito e con un corpo di polizia male armato, senza funzionari capaci, con un tasso di disoccupazione giovanile dell’86% e con un impressionante buco di bilancio -al momento dell’insediamento di Weah le casse dello stato contavano 53 euro-.
Speriamo che il leone dal cuore tenero, “el negro hecho de roccia” -come lo chiamava Maradona- sia in grado di riportare pace, giustizia e prosperità in un paese che ha sofferto fin troppo a causa di governi militari incapaci e corrotti. Buona fortuna e auguri, come solevi dire nelle tue interviste, “a tutti, belli e brutti!”
Buona fortuna re George, facci esultare ancora!

 

 

 

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