L’evoluzione del concetto di sacralità attraverso i social media

March 29, 2019

«Quando venite ad Auschwitz ricordate che vi trovate in un luogo in cui vennero uccise oltre un milione di persone. Rispettate la loro memoria. Per imparare a fare equilibrismo ci sono posti migliori di un luogo che rappresenta la deportazione e la morte di centinaia di migliaia di persone.»

 

Questo messaggio è stato lanciato dall’account Twitter del museo dell’olocausto di Aushwitz, accompagnato da foto in cui si vede come sia diffusa l’abitudine tra i visitatori di farsi immortalare mentre fanno equilibrismo sulle rotaie che portano all’interno del campo di concentramento nazista. Casi del genere si sono moltiplicati parallelamente alla capillare diffusione dei social network.

Negli anni della condivisione compulsiva e della comunicazione virale, la miriade di scatti diffusi fra milioni di dispositivi si è trasformata in una pratica banale. Fotografie inutili, e per lo più volte a costruire identità fittizie a misura di comunità virtuali. Dai viaggi, feste, spiagge, case, cibo e ricorrenze, alla semplice routine.

I social sono diventati dei mezzi di informazione e considerandoli per natura democratici. Il problema risiede nel fatto che permettono agli imbecilli di avere “Lo stesso diritto di parola di un premio Nobel”, citando Umberto Eco. Ognuno di noi ha potuto toccare con mano quella che Eco definisce “L’invasione degli imbecilli”. Si possono tracciare così i contorni della comunicazione contemporanea, facendo luce su come questa “invasione” sia un pericolo per la collettività, perché alimenta e diffonde bufale e si abbandona a fenomeni di violenza verbale ed hate speech. L’importanza crescente dei social network richiede però soluzioni che li mantenga come luoghi virtuali adatti a una convivenza civile di opinioni e non spazi caotici e violenti. Basterebbe un’educazione al buon senso, per stimolare il dibattito intelligente e la crescita culturale. L’inesattezza della denuncia descritta da Eco è evidente nell’abbondanza di fotografie che evidenziano la diffusa e incongrua nuova abitudine. Sconcertante la fotografia della militante di Forza Nuova che indossa una maglietta nera con la scritta “Aushwitzland”. Ridisegnare il campo di concentramento come un parco dei divertimenti, è stato soltanto uno degli episodi recenti che rivelano un clima di odio, intolleranza e razzismo dilagante. La senatrice a vita Liliana Segre invita a non prendere la visita ai campi di concentramento come una gita. “Usare questo termine è una bestemmia. Una gita si fa in luoghi allegri, ameni, artistici: questi sono luoghi della memoria, in cui milioni di persone hanno sofferto e sono morte. In questi luoghi si fa pellegrinaggio”. Il suo invito risuona forte a pochi giorni dalla decisione del Memoriale di Aushwitz di chiedere ai giovani di non scattare selfie e immagini poco rispettose all’interno del campo.

La rete si è trasformata in terreno di sfogo per chiunque pensi di poter dar voce alla propria superficialità, tanto da postare selfie sorridenti in campi di concentramento. Si è affetti da egocentrismo a tal punto da usare qualsiasi luogo come sfondo di noi stessi. Vi è totale assenza di empatia: questa mancanza è una sorta di cecità emozionale, per cui le altre persone possono essere percepite non come esseri umani ma come oggetti.

 

Cosa succede se selfie e foto ricordo, scattati ovunque e condivisi in tempo reale, oltrepassano il confine della memoria tragica o del monumento sacro?  Questo avviene ad esempio nel Memoriale per gli ebrei assassinati d’Europa, a Berlino. Un’architettura orizzontale di volumi squadrati, tutti uguali: tremila blocchi di calcestruzzo, alti da pochi centimetri fino a 4 metri. Nel 2017, Shahak Shapira, artista tedesco, lanciò “Yolocaust”, un progetto fotografico che sovrapponeva i selfie dei visitatori al Memoriale alle foto scattate nei campi di concentramento. L'intento era quello di denunciare e educare chi non comprende a pieno il rispetto da dover mantenere in certi luoghi. Un modo, aveva spiegato, perché le persone "sapessero quello che stavano facendo".  Il monumento non fu costruito per le vittime del nazismo e gli ebrei, ma come monito morale per le future generazioni: le immagini dimostrano la facilità con cui si possono dimenticare le tragedie del passato.

In un primo piano i sorrisi in una foto di coppia spuntano sullo sfondo cumuli di corpi scheletrici, cadaveri, ossa e fosse comuni: i luoghi del massacro, sul cui ricordo si sovrappone la superficialità delle nuove generazioni. L’effetto è macabro, disturbante, grottesco e provocatorio. L’intento educativo-morale dell’artista ha colpito chi non conosce il rispetto di certi luoghi sacri (come in una chiesa, un cimitero o un ospedale) ed abbandona ad una riflessione sul ruolo delle immagini oggi, tra cinismo e vacua condivisione.

 

Cambiando scenario, lo stesso accade a Cernobyl, dove nei pressi del reattore numero 4, più di trenta anni dopo quel 26 aprile, arrivano persino alcuni bus turistici carichi di visitatori da tutto il mondo che, esagitati, cercano di immortalarsi in un selfie a due passi dalla morte. Visitano luoghi in cui si dovrebbe prediligere in silenzio a osservare, riflettendo in segno di rispetto e in memoria dei defunti, ma anche di tutte le vittime di quel disastro.

 

L’inconsapevolezza dei visitatori spesso dissacra ciò che nelle intenzioni vuole celebrare e ricordare.

 

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