Il marchio dell'ISIS sui bambini siriani

April 27, 2019

Viaggiano a velocità le nostre vite in questo momento storico. Dall'Università al lavoro, tutto si esaurisce in un turbine di impegni dove rischiano di perdersi i nostri interessi, le nostre inclinazioni, la nostra attenzione per quello che ci sta attorno. L'evoluzione dei media rispecchia questa sintomatica approssimazione: i siti di informazione sono un vero e proprio rullo compressore. A differenza di quanto accadeva prima, quando il giornale del mattino e il TG della sera erano gli unici momenti in cui ci si poteva interfacciare con quanto accadeva nel mondo, oggi siamo bombardati da notizie 24h su 24. Ma neanche questa sovraesposizione mediatica paradossalmente è riuscita a sottrarre all'oblio quella che per molti è la più grande crisi umanitaria del XXI secolo. Mi riferisco alla Siria, le cui vicende per anni sono state al centro di una narrazione del dolore e che oggi vengono marginalizzate se non dimenticate.
Oggi, a otto anni dall'inizio del conflitto, le strategie di una macroscopica fase post - bellica prendono forma in uno scenario inizialmente impronosticabile che vede gli USA dell'America first sempre piu distanti dagli interessi geopolitici in gioco e Bashar al-Assad ancora al potere. Ma larga parte del Paese rimane ancora oggi fuori dal controllo di Damasco mentre escalation di offensive aeree continuano a imperversare in diverse zone a nord - ovest del Paese. A Idlib, ultima roccaforte dell'opposizione, bombardamenti del regime e della Russia sono stati rilasciati pressoché quotidianamente nelle scorse settimane. Si contano circa 170 morti, migliaia gli sfollati, autostrade e infrastrutture fondamentali per il sostentamento della zona irrimediabilmente compromesse. Come sempre, il tentativo di colpire i ribelli si traduce in un massacro di civili e soccorritori sul campo.

 Altro tema critico di cui la comunità internazionale ha iniziato a preoccuparsi solo negli ultimi mesi è quello dei bambini nati in famiglie dello Stato islamico, figli cioè di genitori ideologicamente allineati al Califfato. Secondo le stime dell'UNICEF, sono circa 4.000 i minori di 7 anni che vivono in condizioni critiche di malnutrizione e malattie, sfollati nei campi al nord-est della Siria o addirittura detenuti in Iraq insieme alle madri condannate a morte a seguito di processi sommari senza contraddittorio né elementi probatori. Bambini che non possono trovare rassicurazione e conforto nelle parole delle loro mamme: nessun "stai tranquillo, andrà tutto bene" che possa cancellare la paura dai loro occhi e quella orribile etichetta con su scritto ISIS dalla loro fronte.

Non si deve però minimizzare davanti alle notizie positive che giungono dal dibattito diplomatico sulla Siria. Proprio nelle scorse settimane l'unione europea, da sempre mossa nelle sue decisioni da un imperativo umanitario, ha stanziato 560 milioni di euro per il triennio 2019-2021, la sola Germania 1,4 miliardi, il Regno Unito 463 milioni. La loro speranza è quella che una stabilizzazione della zona possa tamponare l'emorragia di profughi in atto e incoraggiarne il rientro in Siria per evitare che un'ondata migratoria dal fronte siriano si aggiunga a quella proveniente dal Nord Africa, anche a costo di legittimare implicitamente il regime di Assad contro cui l'Europa si è schierata e battuta durante i lunghi anni del conflitto.
Resta da valutare la volontà di Damasco: nonostante secondo alcune stime il Paese necessiti di oltre 200 miliardi di dollari per la ricostruzione, Assad si mostra restio ad accettare il sostegno dell'Occidente, interpretando questa offerta come un tentativo di porre le basi per future ingerenze nella gestione degli equilibri interni. Sembra che invece l'esecutivo siriano abbia già stretto accordi con gli alleati russi, iraniani e cinesi per concedere appalti alle loro imprese nazionali.

Sono ancora molteplici le criticità che permangono sul fronte siriano, ma un barlume di solidarietà e speranza, di empatia verso l'indifeso sembra finalmente fare luce sulle vite di un popolo dilaniato, umiliato e però  recentemente accolto da Giordania, Libano e persino Turchia. Sono circa cinque milioni i rifugiati siriani accolti da questi Paesi, una lezione oggi per chi chiude porti e porte davanti a poche migliaia di disperati, al legittimo umano desiderio di difesa e rilancio dell'individuo, di persone che da sempre convivono con una sola colpa, un'etichetta con la parola "straniero" incisa in fronte, lo stesso marchio dei bambini siriani figli del Califfato

 

 

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