IL PERCHÉ DEL VOLONTARIATO

October 1, 2019

“Un'attività di aiuto gratuito e spontaneo verso persone in condizioni di indigenza o che necessitano di assistenza o per fronteggiare emergenze occasionali”, è ciò che troverete googlando la parola “volontariato”.

In realtà, mi è capitato spesso di notare come le persone attribuiscano alla beneficenza un significato diverso: per molti studenti e lavoratori qui a Milano, ad esempio, attivarsi per il sociale, aiutare qualcuno che ne ha bisogno, è un modo per disalienarsi, per smettere di essere un semplice numero di matricola o un mobilio d’ufficio e ritrovare una parte di sé stessi nell'essere solidali e altruisti (qualità squisitamente e intrinsecamente umane).

 

Personalmente ritengo che il volontariato sia uno strumento per concedere a chiunque le stesse possibilità e opportunità. Inoltre, in un mondo di volontari lo status quo potrebbe diventare l’uguaglianza, non solo formale ma sostanziale. Dunque, il vero e ultimo significato del volontariato è probabilmente una sintesi di due forze, l’istinto innato che porta a riconoscere un’ingiustizia e il bisogno irrefrenabile di tentare di porvi rimedio.

 

Mi sembra assurdo che parlando di quei piccoli (e a volta anche grandi) gesti che compongono il “volontariato”, si finisca con il descrivere le essenziali caratteristiche che in fondo ci rendono “umani”: la solidarietà e l’assistenzialismo.  Entrambi questi attributi hanno permesso all'uomo di evolversi e di creare complessi sociali nei quali i più “deboli” non vengono etichettati come reietti, ma secondo una politica di assistenzialismo, anche se oggi parzialmente applicata, vengono sostenuti dalla società stessa, dalle persone stesse.

 

Non è necessario allontanarsi più di tanto dalla realtà, che tutti noi conosciamo, per vedere che il sistema sopra descritto non abbia sempre funzionato, basti pensare che il numero di senza tetto solo nel comune di Milano è di circa 2700 persone. Tuttavia, in altre parti del mondo anche solo parlare di “opportunità” è alquanto paradossale, in quanto le persone non possono aspirare a una società egualitaria se mancano i beni necessari alla sopravvivenza.

 

Ancora più grandi dunque sono i volontari che, immergendosi in una cultura distante dalla propria, hanno combattuto per le opportunità altrui. A queste persone ho chiesto con poche domande di raccontare la loro esperienza e soprattutto di darle un significato.

 

Queste che seguono sono le considerazioni di Edoardo Toscano e Clelia Torre, entrambi 21 anni, volontari in un asilo nido per bambini provenienti da famiglie indigenti negli USA.

 

 

 

 

1. Perché hai scelto di fare un’esperienza di volontariato all'estero?

C: La scelta di fare volontariato all'estero è stata sicuramente dettata dalla curiosità che avevo di scoprire come fosse il mondo del volontariato in un paese molto diverso dal mio. Infatti, la mia esperienza è nata durante il mio Exchange in California, a Santa Cruz, dove ho aiutato nelle attività quotidiane in un asilo nido per famiglie con bisogno di supporto socio-economico. Avevo già fatto volontariato in Italia con bambini così piccoli ma in America l’esperienza è stata molto diversa, soprattutto per le tante nazionalità di provenienza di questi bambini.

 

E: Avendo avuto già esperienze di volontariato in Italia ed essendo stato a Wasa, dove ho potuto vedere come fare un’esperienza all'estero di questo tipo fosse molto appagante e stimolante, ho pensato di esplorare questa opportunità durante il mio Exchange in una Paese particolare come gli Stati Uniti. Insieme a Clelia, ho dunque ricercato le opportunità presenti nella zona per poi trovare un asilo nido per famiglie in difficoltà economica, dove il mio compito consisteva nell'aiutare le maestre nelle attività mattutine con i bambini.

 

2. Qual è stata la maggiore difficoltà che ti sei trovato ad affrontare?

C: Una delle maggiori difficoltà è stata appunto quella della lingua. Infatti, anche se tutte le attività erano insegnate ed organizzate in lingua inglese, la lingua madre della maggior parte dei bambini rimaneva lo spagnolo, a causa della forte presenza di famiglie emigrate nella zona di Santa Cruz. Tuttavia, poiché la classe che mi era stata assegnata, era costituita da bimbi che avevano dai due ai tre anni, spesso bastava comunicare tramite giochi o gesti.

 

E: Essere immerso in un ambiente così diverso da quelli che si è abituati a frequentare e soprattutto di cui non si ha ricordo non è stato molto facile all'inizio, anche per le diversità culturali a cui sono andato incontro. L’esempio più emblematico è il fatto che ai bambini non veniva permesso il contatto fisico né fra di loro né con gli insegnanti (me compreso), il che il più delle volte impediva una semplice carezza o anche un abbraccio. Una volta capito ciò, mi sono ovviamente abituato al loro modo di fare, ma non nego che ciò non sia stato facile all'inizio.
Altri episodi importanti riguardano le dinamiche e gli argomenti da parlare con i bambini. Provenendo tutti da realtà sociali e economiche difficili, non si doveva dar niente per scontato (neppure che avessero tutti ricevuto caramelle per Halloween) e si doveva anche star attenti a fare domande sulla famiglia, visto le molte problematiche che vi erano.

 

3. Cosa è cambiato in te prima e dopo quest’esperienza?

C: Quest’esperienza ha sicuramente tirato fuori la mia voglia di continuare a dare supporto ad associazioni che lavorano con bambini perché mi ha ricordato quante soddisfazioni si possano ricevere semplicemente giocando o provando ad insegnare cose nuove a bambini così piccoli. Sicuramente ha reso il mio Exchange molto più vivo e completo perché sono entrata in contatto con una realtà problematica e concreta che caratterizza lo Stato dove ho studiato per un semestre.


E: Sono sicuramente riuscito a capire meglio molte dinamiche della società americana, per molti aspetti diversa dalla nostra. Ho inoltre imparato ad apprezzare ancor di più (forse anche ad invidiare) l’innocenza di un bambino di 2/3 anni, completamente ignaro di quello che la sua famiglia sta passando e che, invece, insiste solamente a giocare a Hide and Seek senza curarsi minimamente del fatto che mi nascondessi sempre nel solito posto!

 

4. Cosa è il volontariato per te dopo l’esperienza che hai vissuto?

C: Il volontariato continua a rimanere una parte integrante della mia routine ovunque mi trovi.

 

E: Credo che questa esperienza non abbia cambiato la mia visione riguardo al volontariato, ma che invece abbia solamente aiutato a rafforzarla. . Questa esperienza ha dunque contribuito a aumentare la mia voglia di mettermi gioco ovunque vada, che sia l’Italia, la Tanzania o gli Stati Uniti.

 

 

Quindi, vorrei concludere con una mia considerazione personale. Prima di avanzare qualsiasi critica a quelli che saranno gli adulti di domani, tenete a mente che esistono moltissimi Edoardo e Clelia che hanno fatto e fanno la differenza, che hanno provato e provano a cambiare le cose. La nostra società, i nostri modelli saranno pure imperfetti ma nulla è perduto, per quanto mi riguarda, finché i ragazzi creeranno valore, formando di conseguenza, modelli sempre migliori da seguire.

Il volontariato, indipendentemente dal luogo e dal tipo di attività che si svolge, può fare la differenza, può cambiare le cose, può renderci migliori e soprattutto meravigliosamente “umani”.

 

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