FRIDAYS FOR PRESENT

October 14, 2019

Ho dormito poco questa notte, forse sono agitata, più effervescente. Ricordo di maggio, terza superiore, quando temevo che a un certo punto diventasse una formula matematica: lo fanno tutti, ci vado anche io alla manifestazione sul clima, questo per quando riguarda la prima; ma poi quella seconda, molto meno frequentata, stava per palesare la nostra dea moda che va e viene e noi non sappiamo gestirla, anzi siamo ben coscienti di quanto le stiamo dietro. Avrebbe mostrato le crepe nella nostra marcia. E abbiamo gli occhi del mondo addosso: un’altra prestazione? In fondo sono abituata ad essere delusa, a deludere, ad essere anche tranquilla. Non sono ancora così coraggiosa per dire che sono stata abituata a essere obbediente. In fondo, non mi fanno nulla di male, ho tutto, posso perdermi nell’ingigantire le mie così frivole battaglie.

Mi sono sentita ferita due volte, quando ho perso un'amica e quando mi hanno dato un votaccio che non meritavo proprio. Non si è sbattuta nemmeno di correggermi tutto il foglio, come può darmi quattro e mezzo. Ero arrabbiata ed è ridicolo dire che queste sensazioni sono state le più simili che ricordo di aver provato durante quella giornata, eppure lo sono: mi hanno tolto qualcosa che voglio assolutamente riprendermi. Mi sento anche ferita ed inerme. Esito a reagire, mi sento piccola davanti al come vanno le cose, ma non mi voglio rassegnare all’idea di non poterlo fare. Quando ho perso quell’amica, c’erano dietro problemi di cuore. Dovevamo essere invece più unite, contrastando la società che ci vuole divise. Competere anche in quello. Non ce l’abbiamo fatta e dall’essere sorelle, per quanto ci conoscevamo, abbiamo smesso di parlarci. Alla seconda manifestazione mi sono sentita così: come se stesse per finire tutto. Ma oggi alla terza ti ho visto: sul marciapiede dall’altro lato della strada e avevi un bel cartello. Ci siamo sorrise e io ti ho mostrato il mio.

La mia città è piccola eppure quella volta era diversa, da riscoprire. Non è grande nemmeno il centro, costituito da un paio di vasche, negozietti e bar un po’ chic attorno; attorno, quei paesaggi che non smetteresti mai di contemplare. È bella? Sì, è bellina. Un po’ statica avrei detto. Tuttavia, non userò questa parola per descriverla ancora. Alla fine di questa giornata penso che qualcosa abbia iniziato a smuoversi: io e gli altri.  Ricordo di aver guardato le mie amiche e di essermi sentita bene e bella, e noi eravamo belle. Ero esattamente dove volevo essere. Ero una delle tante, sì con le due strisce verdi in volto, e li ho letti anche io gli articoli che dicono che solo chiediamo alle istituzioni di fare qualcosa, quelli che ci descrivono come una fetta di mercato con una nuova sensibilità, nuovi consumatori. Sì, li ho letti i cartelloni con scritto free hugs e free kisses. Sarò sincera, ho provato pena. Operazione di marketing riuscita, sulla prima pagina.  Ma ho letto anche tutti gli altri. Sentimenti contrastanti: incazzata e serena. Non stanno parlando di noi, di me e le mie amiche, della nostra prima zoppicante riunione. Di questo ne sono certa: Greta è uno dei punti di riferimento in un momento in cui di riferimenti non ne abbiamo. I giornali non lo hanno scritto e i grandi non ne parlano del cosa cambia se a una manifestazione ci sei oppure no. Mannarino è stato molto bravo invece a dire cosa un uno, un’una, cambia in Vivere la vita.

Ho acquisito il coraggio di sentirmi valere, come persona. Guardavo le mie amiche tra uno slogan e l’altro e volevo stare assieme per una condivisione: una causa. Ed è stata una grande condivisione una grande voglia di riscatto. È un punto di riferimento: difendere qualcosa, difendere un senso di giustizia. L’accusa è fondata: abbiamo solo detto di essere contro qualcosa ma poi non lo siamo davvero?

 

Dallo sguardo di una sedicenne sorridente che aveva la schiena meno curva e il sorriso un po’ più sicuro mentre venerdì 27 settembre tornava a casa da una giornata significativa contrapposta alla abitudinaria vita liceale, bisogna riflettere. Non è ‘un’, ma ‘il’ senso di Giustizia.

Parlare solo di giustizia climatica per capire cosa è successo è riduttivo: per comprendere cosa sta smuovendo i giovani e i giovanissimi si stia attenti a separare concetti che non sono scissi. È evidente che la nostra generazione si sia sentita viva, abbia riempito le piazze in maniera anche caotica confusa, a volte organizzata, più o meno partecipata a seconda delle città. Cosa ci ha insegnato? Che reagire è più facile farlo insieme agli altri, chiamarla addirittura moda se va, ma che la scelta di parteciparvi o meno è sempre una scelta propria. Ci dice qualcosa sul come si sta in manifestazione, ci dice qualcosa sul come si sta fuori.

Per alcuni e alcune, non per tutti certo e questo non stupisca, si è iniziato a ragionare su dei motivi di legame tra le persone oltre la contingenza. Si è iniziato ad avvertire la necessità di riportare la valutazione e la comprensione della propria realtà su una base valoriale. Naturalmente è più facile fare il primissimo passo, quel passo zoppicante, dicendo cosa si è contro. Tuttavia, ciò non è sufficiente. Contro l’inquinamento, contro lo sfruttamento. Cosa quindi significa porsi in difesa? Significa indignarsi contro le ingiustizie e affermare e definire i propri valori. L’affermazione del chi si è, del come si vuole vivere è l’inizio di un’indagine, di una comprensione, di una riflessione: di confronti. Ci si è posti in difesa di una cosa che riguarda tutti: l’ambiente, ma non è l’unica cosa che ci accomuna.

Si distingua movimento e mobilitazione: per una generazione che ha vissuto in un senso di immobilità ed ha affidato quasi completamente la propria formazione a quella scolastica, potersi sentire artefici della realtà in cui si vive è qualcosa di nuovo. Gli scesi in piazza sono giovani e giovanissimi, è quindi naturale che si parli di prime volte. Perciò, volendo fare chiarezza nel costruire questa iniziale analisi di un evento generazionale si ponga anche l’attenzione al percorso continuo che sostiene le manifestazioni. Ci possono essere mobilitazioni, ma che se non sono accompagnate da movimenti, rischiano di risultare contingenti. Se si vuole difendere il pianeta, iniziando a conoscere la realtà in cui si vive, se si cerca di essere solidali e attenti, imparare a coltivare questa empatia è una questione di scelta. È una scelta molto più profonda: scelta di chi si vuole essere e del con chi lo si vuole fare. La solidarietà, l’attenzione e la cura partono da quello sguardo capace di vedere e che sappia scontrarsi con un individualismo troppo diffuso. Questi FFF di cui ho voluto indagare l’impatto emotivo sulle persone ci dicono di quanto sia attuale la voglia di riscatto e di giustizia. Questi venerdì, sono sì per il futuro, ma ancora di più per il riqualificare il presente, anche e forse soprattutto in un contesto che ha reso sbiadite le parole per comunicare la voglia di imparare a essere empatici. Riporto ancora un paragrafo delle conversazioni avute venerdì 27 settembre in piazza, rielaborate e racchiuse in un monologo di una giovane ragazza.

 

 

In fondo, non mi hanno fatto nulla di male? È proprio a fondo che mi hanno ferito e tolto qualcosa, solo che non me ne ero accorta. Cari adulti, dei vostri pregiudizi non ce ne facciamo nulla. Parliamoci conosciamoci giudichiamoci, interroghiamoci su cosa sia questo qualcosa. Non è più un sentirsi dire che siamo spavaldi, arroganti, che solo ‘diciamo’ di essere contro le multinazionali ma non lo siamo. Avete vissuto di più, diteci allora non che il mondo ha sempre funzionato così, ma cosa significa per voi stare con le vostre persone, cosa significa stare insieme, come farlo e come farlo in armonia col luogo in cui si vive. Cosa è giusto cosa no e perché. Un po’ di ingenuità concedetecela, ma il rispetto lo meritiamo.

Troviamo le parole e impariamo a pensare e capirci, insieme.

 

 

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