Il Cile ci sia da lezione

November 26, 2019

Era l’11 settembre 1973 e a Santiago, in Cile, i militari capeggiati dal generale Augusto Pinochet prendevano il potere reprimendo con la forza le proteste popolari e instaurando una delle dittature più feroci dell’America Latina.

Oggi ottobre 2019 nel “democratico” Cile il governo del conservatore Sebastian Pinera manda i carri armati contro la popolazione che protesta nelle piazze del Paese contro le misure neoliberiste che hanno reso il Cile uno degli stati più diseguali del mondo.

Letto così sembrano questioni da noi lontanissime, eppure ciò che sta avvenendo in Cile oggi deve essere un mantra per tutte le democrazie occidentali. Se infatti è vero che in Cile la democrazia non ha sicuramente radici forti come le ha in tanti Paesi europei è però un fatto che politiche fautrici di maggiori ineguaglianze, volte a svilire il pubblico e a favorire il privato sono state negli ultimi vent’anni il mantra per tanti governi democratici.

C’è quindi un filo nero che collega il Cile del generale Pinochet, il primo Paese a mettere in pratica le prescrizioni neoliberiste; il Cile del conservatore Sebastian Pinera, il cui fratello non a caso fu Ministro all’Economia di Pinochet, e il mondo delle democrazie occidentali: il progressivo smantellamento dello stato sociale e le sue inevitabili conseguenze.

Le manifestazioni in Cile devono oggi essere il campanello d’allarma non solo per il governo cileno per fare marcia indietro, ma anche per i nostri governi per capire che chi semina politiche che favoriscono disuguaglianze raccoglie democrazie indebolite. Il fatto che a Santiago un milione di persone (un quinto della popolazione totale della capitale) sia sceso in piazza è un fatto gravissimo per la credibilità del sistema democratico. Così come lo sono il montare del populismo nel mondo occidentale. Sia chiaro: non necessariamente chi scende in piazza anche se in maggioranza ha ragione, ma sicuramente sentire un Presidente insultare come “delinquenti” coloro che chiedono solo di vivere in un Paese più equo non è un bello spettacolo. Così come non lo è vedere politici “blastare” chi non la pensa come loro come “analfabeta funzionale”. Perché se anche queste persone avessero torto per mancanza di informazione, di mezzi la colpa non è loro, ma di chi quei mezzi avrebbe dovuto fornirli e invece ha preferito inseguire modelli economici dal sapore di chimera.

Quel milione di persone in piazza in Cile, così come l’aumento di consensi dei partiti populisti in Europa dove in nome della concorrenza ogni forma di diritto sociale è messa in secondo piano ci ricordano che mentre pensiamo di insegnare agli altri Paesi come governarsi, noi occidentali dovremmo forse stare più attenti a quello che ci succede in casa. L’aumento delle disuguaglianze genera la sfiducia nel prossimo e l’invidia sociale sentimenti che mal si ritrovano in un sistema democratico. E se è vero che in Cile il Presidente Pinera ha fatto marcia indietro e dopo aver insultato i manifestanti e dichiarato il coprifuoco ha ora pubblicamente chiesto scusa per le proprie politiche altrettanto non si sta verificando nei nostri Paesi. Dimenticarsi degli ultimi non è un delitto solo verso queste classi sociali, ma anche contro sé stessi perché si mina la stabilità della società stessa. Per questo è necessario che, in un’epoca sempre più difficile per il modello democratico con un leader globale autocratico come la Cina, i governanti dei Paesi occidentali prendano coraggio e tornino a favorire l’equità e l’uguaglianza invece di continuare a perseverare in politiche che danneggiano il tessuto sociale fino a esasperarlo. Nascondere la testa sotto terra come gli struzzi serve solo a sentire più forte il terremoto quando arriva.

 

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