Civiltà senza umanità

December 3, 2019

L’offensiva turca contro il popolo curdo mossa nello scorso ottobre probabilmente ha scosso l’opinione pubblica meno di quanto fosse legittimo pretendere. La stessa preoccupazione che aveva afflitto il sentire comune in occasione della guerra all’ISIS e ancor prima della guerra del Golfo, in questa circostanza non ha probabilmente attecchito nelle nostre coscienze; ma le immagini delle città distrutte in Rojava, dei civili uccisi, fucilazioni in strada e donne violentate non possono essere digerite con cinica rassegnazione e silenzio. Migliaia di vite cancellate, e con ognuna di esse le loro storie, i loro sogni, le loro paure. Storie che avrebbero narrato certamente di un popolo aperto, egalitario, accogliente verso gli esuli siriani vittime del conflitto e che mai si è chinato davanti ai soprusi che la Storia gli ha inflitto.

La perfetta rappresentazione della pietosa dignità della popolazione curda ci è data dalla testimonianza dell’artista e giornalista Zehra Dogan: arrestata anni fa dal regime di Erdogan per una raffigurazione delle macerie della città di Nusaybin, ha continuato durante la prigionia a dipingere e raffigurare la sofferenza della sua gente servendosi, priva di colori, di cibo e sangue mestruale.

“Un giorno, quando le cose andranno bene, ti guarderai indietro e ti sentirai orgoglioso di non esserti arreso”. Così recitava invece l’ultimo messaggio che Hevrin Khalaf, segretaria generale del Partito Futuro siriano a soli 35 anni e attivista per i diritti delle donne nella regione, ha scritto poche ore prima di essere crivellata dai fanatici di Al Nusra finanziati dal governo turco. Con gli occhi colmi di grigio disincanto, la mente probabilmente attaccata al ricordo delle battaglie sociali condotte per la libertà e codardamente vanificate in una manciata ore, Hevrin riesce ugualmente a lasciare un pensiero di amore per il domani. Le immagini della folla al suo funerale sono forse la testimonianza più struggente dello strazio di un popolo che dall’inizio della primavera siriana per anni si è battuto contro il Califfato a fianco di chi poi lo ha tradito e abbandonato ai bombardamenti senza appello del “Sultano”.

 

Un sano senso di colpevolezza deve accompagnarci se pensiamo che un simile genocidio si è consumato per mano di uno Stato che è parte della NATO, ed è stato avallato da chi ne è a capo.
E che per far voltare dall’altra parte l’Unione Europea è stato sufficiente per Erdogan minacciare di rilasciare i quasi quattro milioni di migranti oggi rinchiusi nei campi profughi turchi. Nessun embargo di armi alla Turchia è arrivato nemmeno dopo lo scatenarsi dell’offensiva, solo qualche distaccata comunicazione a sancire la viltà di cui l’Europa si è macchiata oggi come in occasione dell’intervento francese in Libia nel 2011 e di quello inglese in Iraq nel 2003. Il ripudio del militarismo e di qualsiasi forma di violenza e censura sembra valere solo per archiviare i fatti del passato.

Appare forse scontato precisarlo, ma curdi, yemeniti, nordafricani e tutte le etnie che oggi patiscono sulla loro pelle i drammi delle guerre sono solo più sfortunati di noi. Hanno meno, non sono meno. Tenerlo a mente ogni giorno è doveroso esercizio di umiltà, oltre che di umanità.
Rinunciarci del tutto, a quel senso di colpevolezza di cui ho scritto sopra, significa perdere come cittadini. Rinunciare all’angoscia che ciascuno di noi dovrebbe provare pensando alle storie condannate all’oblio sotto raid e armi chimiche, significa perdere come esseri umani.

 

 

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