LE PRATICHE DI FINE VITA: SCEGLIERE, LIBERAMENTE E DIGNITOSAMENTE, PER UN’ULTIMA VOLTA

La questione sulle pratiche di fine vita, oggi, sembra più che mai attuale nel nostro paese, dove già molte volte a causa di una paralisi legislativa - che ancora non è chiaro se attribuibile all'innegabile lentezza e macchinosità legislativa del nostro paese o più semplicemente alla paura di prendere una posizione, su un tema così delicato, da parte del nostro legislatore – è stata proprio la drammaticità di alcuni casi pratici (come il caso Englaro o caso Welby) che ha portato la giurisprudenza a riconoscere un diritto pur costituzionalmente garantito – e questo lo dimostra l’esito giuridico dei casi sopracitati - sebbene oggi non disciplinato: il diritto a lasciarsi morire.

Pochi mesi fa la Corte Costituzionale è stata nuovamente costretta a pronunciarsi sul tema, ribadendo la necessità di un intervento integrale in materia. Nel caso Cappato, che ha nuovamente portato la tematica all’attenzione dell’opinione pubblica, la Corte è arrivata ad una conclusione che in altri paesi è stata già da tempo riconosciuta: a determinate condizioni[i], aiutare qualcuno a suicidarsi, non è punibile.

A scanso si equivoci è bene chiarire che le pratiche di fine vita consistono in diverse fattispecie. L’eutanasia si caratterizza per essere una pratica nella quale il medico ha un ruolo decisivo: in quella attiva il medico somministra il farmaco, in quella passiva sospende le cure o spegne i macchinari che tengono in vita il paziente. Nel suicidio assistito invece il farmaco viene assunto autonomamente dalla persona malata. In Italia l’eutanasia attiva e il suicidio assistito, così come l’aiuto al suicidio, sono vietati (art 580 c.p.).

L’eutanasia passiva, invece, intesa come il diritto a che “nessun trattamento sanitario venga iniziato o proseguito se privo del consenso libero e informato della persona interessata”, è stata disciplinata e “legalizzata” nel nostro paese solo nel 2017 con la legge n.219 (legge sul testamento biologico), intervento decisamente tardivo posto che la questione, almeno rispetto a questa pratica, riguardava esclusivamente la compatibilità della disciplina con il dovere medico e il Giuramento di Ippocrate[ii]: infatti è la stessa costituzione che da sempre riconosce questo diritto.

L’ Art. 32 Cost. recita infatti: “…Nessuno può essere obbligato a un determinato trattamento sanitario se non per disposizione di legge.”

L’intenzione di questo articolo comunque, non è quella di un’analisi giuridica del fenomeno (che nella sostanza risulta molto più complessa del quadro sintetico che si è cercato di dipingere supra), quanto quella di cercare di capire – e mi rendo conto della vastità e arduità dell’impresa – perché (e in che senso) il “diritto a morire”, in alcune circostanze, debba essere riconosciuto come un diritto fondamentale della persona, o meglio ancora perché la possibilità di autodeterminarsi, perché di questo in ultima analisi si sta parlando, debba essere considerata come un diritto imprescindibile dell’essere umano. Il “valore della coscienza” in questo senso è un valore che appartiene esclusivamente all’individuo, per tanto, citando le parole del famoso filosofo e giurista Ronald Dworkin, lo Stato non deve imporre "alcuna uniforme concezione generale attraverso la sovranità della legge" ma deve piuttosto incoraggiare "le persone a dare esse stesse disposizioni al meglio che possono per la loro assistenza futura”[iii], evitando cioè di entrare nel merito di ciò che non gli compete: la determinazione della persona e le scelte più intime e personali che appartengono alla stessa. I cd. “diritti infelici”, sono diritti che appartengono alla sfera di libertà di ogni essere umano, d’altronde “la libertà non sta nello scegliere tra bianco e nero, ma nel sottrarsi a questa scelta prescritta” – Theodor Adorno.

L’analisi che propongo è quindi generica, a dispetto invece di un’indagine più dettagliata che richiederebbe necessariamente una distinzione a seconda dei diversi tipi di pratiche[iv].

Parlando delle pratiche di fine vita, e del perché il diritto che le sostiene dovrebbe essere riconosciuto, ci si deve necessariamente confrontare con le ragioni storicamente contrarie rispetto a questa affermazione: innanzitutto, l’argomento etico-religioso della “sacralità della vita”.

Il valore vita sarebbe secondo alcuni “IL” valore, quello da cui (evidentemente) dipenderebbero tutti gli altri; con la conseguenza che poiché il valore vita non può essere considerato suscettibile di bilanciamenti, si tratterebbe di un principio non solo inviolabile quanto soprattutto indisponibile. Indisponibile proprio rispetto a quei soggetti ai quali tale valore si riferisce[v].

In realtà, come lo stesso Dworkin afferma nel suo saggio, l’argomento della sacralità della vita non è necessariamente un argomento contrario al riconoscimento di un “diritto alla morte”, e questo perché come in tutte le cose a volte una visione relativista della realtà sembra la via più democratica: come si può pretendere che vi sia una visione comune e unitaria di ciò che è una “buona vita”, o meglio di ciò che non si può più definire vita ma semplice sopravvivenza? Proprio perché la vita è sacra, cercare di prolungarla in modo innaturale e doloroso, non frusta ancora di più questo valore? Spogliare le persone della possibilità di una morte dignitosa, non è forse un’offesa ancora più grave? Il problema non è se rispettare o meno la sacralità della vita ma "come la sacralità della vita debba essere intesa e rispettata".

Qui è interessante fare una distinzione fra chi ritiene che la vita sia un “investimento naturale” e chi invece ritiene che la vita sia invece il frutto di un processo creativo, sia cioè un “investimento umano”: non il semplice equivalente fenomenico del “funzionamento degli organi vitali”, ma l’insieme di emozioni e coinvolgimenti emotivi di una persona. Rispetto a quest’ultima visione è chiaro che il bene vita verrebbe innegabilmente frustato, se questa fosse vissuta in contrasto con le proprie convinzioni. Semplicemente bisogna considerare che probabilmente scegliere come morire, il tipo di ricordo che si vuole lasciare di sé stessi, le condizioni psicologiche e fisiche nelle quali si vivono gli ultimi istanti, la coerenza di queste condizioni rispetto all’immagine di sé per cui si è vissuti, sono pur sempre sfaccettature (salienti) del bene vita.

In ogni caso si tratta di scelte così intime e private – così intrinsecamente legate a quei valori di coscienza insindacabili che ci permettono di decidere chi essere – da non poter essere imposte a nessuno.

Il diritto all’autodeterminazione – anche quest’ultimo riconosciuto dalla nostra Costituzione (art. 2, 13 e 32, da leggere in combinato disposto) – non deve essere considerato necessariamente con un principio da “bilanciare” rispetto al valore della vita stessa, esso piuttosto deve essere considerato come parte di ciò che la concretizza. Scegliere liberamente in ordine ad atti che coinvolgono il proprio corpo e le proprie aspettative di salute e di vita è la cosa più personale che esita; è un qualcosa che uno Stato di Diritto, ma che in realtà qualsiasi tipo di comunità, non ha il potere di limitare.

Di fronte a una malattia molto dolorosa, irreversibile, mortale o progressivamente invalidante, di fronte a una condizione che si reputa intollerabile, bisogna accettare che, oltre a delle ragioni per vivere, sopravvengano anche ragioni per lasciare che la stessa malattia prosegua con il suo decorso naturale, o che questo venga accelerato per risparmiarsi inutili insopportabili sofferenze. Nel rispetto delle convenzioni di chiunque, nel rispetto del dolore delle persone vicine a chi compie questa scelta, Dworkin nel suo libro, tocca il punto cruciale della questione: "la tolleranza è il prezzo che dobbiamo pagare per la nostra avventura nella libertà". Libertà che ci rende umani, libertà di scelta ci rappresenta: noi, le nostri convinzioni, la nostra coscienza, in breve il nostro “essere”.

Le pratiche di fine vita sono scelte, scelte che per legge devono essere consapevoli e informate.

Ogni drammatica situazione a cui mi riferisco in realtà e una situazione a se stante, ma per quanto sia difficile generalizzare ci sono drammatiche testimonianze[vi] che meritano di essere ascoltate: un malato terminale, che soffre di dolori lancinanti che non gli permettono di compiere i più banali gesti quotidiani; malattie degenerative incurabili che tolgono ad persona tutto ciò che a quest’ultima sta più a cuore, tutto ciò che più si ama in noi stessi, quante possibilità di scelta lasciano?

Con questo non voglio indebolire le meravigliose battaglie per la sopravvivenza delle persone malate e dei loro cari o la scelta personale di combattere ad ogni costo per la propria sopravvivenza, tutt’altro: la cosa più naturale che c’è a questo mondo è vivere ogni momento che c’è concesso, incamerare quante più sensazioni è possibile: sensazioni belle, travolgenti, stravaganti, e anche sensazioni melense, tristi e dolorose, perché tutto questo è vita. E rimane vita fino a quando non si giunge a quel drammatico, logorante, inconcepibile momento in cui ciò che si può sperare di continuare a provare diventa meno desiderabile di ciò che si può invece ottenere con la morte: la libertà.

Perché spesso, purtroppo la stessa malattia diventa per le persone un male più grande della morte. La malattia può essere una prigione, una prigione in cui si rischia di “smettere di esistere” già prima del momento in cui il nostro cuore smette effettivamente di battere.

Qui non stiamo parlando di chi, sicuramente dopo aver avuto esperienza di quanto dura può essere la vita, è indotto a pensare che la soluzione possa essere lasciare la presa. C’è chi teme infatti che “se si cominciasse col dare la morte a quelli che la chiedono si arriverebbe poi a quelli che presumibilmente la chiederebbero, poi a quelli che dovrebbero chiederla, poi a quelli che la meritano”. Questo è un altro classico contro-argomento, l’argomento della cd. “china scivolosa”, che nella realtà però tende a rappresentare delle conseguenze come inevitabili quando in realtà sono del tutto arbitrarie (si tratta puramente di induzioni o congetture). Come già detto la libertà di scelta è insindacabile, ma questo non vuol dire che non debba essere regolamentata, anzi la necessità più grande è proprio quella di una disciplina chiara e integrale in materia, perché ciò che è sicuro è che se legalizzare l’eutanasia per alcuni potrebbe essere pericoloso, ancora più pericoloso è invece il vuoto normativo del nostro ordinamento rispetto a un tema così delicato.

Mi sorprende di come spesso non si capisce che chi prende in modo consapevole una decisione del genere, è una persona che sceglie di affermare la propria libertà nell’unico modo che gli rimane perché convinta che, rispetto alla rappresentazione che ha di sé stessa, niente sia rimasto del proprio “io”, niente sia rimasto da perdere. Non si stratta di persone che hanno smesso di combattere, ma che al contrario hanno scelto combattere per un'ultima, meravigliosa, incommensurabile vittoria: riacquistare la propria dignità, quella che molti credono di perdere nel momento in cui altri decidono per loro; nel momento in cui si pensa si essere esclusivamente un peso e una sofferenza per le persone che ci stanno vicino e che nessuna scelta autonoma sembra a portata di mano; nel momento in cui qualcun altro ti costringe a vivere una vita che non si crede più meritevole di essere vissuta, una vita che non è degna e che quindi non è vita ma sopravvivenza.

Si combatte per la propria liberta perché “tutto ciò che viene privato della sua libertà perde sostanza e si spegne rapidamente[vii]”.

Si combatte per ritrovare sé stessi con un’ultima, drammatica ma coraggiosa scelta, con la quale si intente riaffermare un‘immagine di sé che si riconosce, si ama, di cui ci si sente orgogliosi, un’immagine che si aveva perso e che tutti hanno il diritto e la libertà di riacquistare prima di lasciarla definitivamente, cristallizzata in questo mondo. La verità è che, “lasciar morire una persona in un modo che altri approvano, ma che essa considera in orribile contraddizione con la sua vita, è una forma di tirannia odiosa e distruttiva.”, è questo è inaccettabile in ogni comunità civilizzata. Più che soppresso da una forma di dispotismo come questo, credo che chiunque preferirebbe lasciare questo mondo affermando un’ultima volta la propria le proprie convinzioni, la propria dignità, la propria libertà: perché “la libertà è la possibilità d’essere e non l’obbligo d’essere”.

[i] “proposito di suicidio, autonomamente e liberamente formatosi, di un paziente tenuto in vita da trattamenti di sostegno vitale e affetto da una patologia irreversibile, fonte di sofferenze fisiche o psicologiche che egli reputa intollerabili ma pienamente capace di prendere decisioni libere e consapevoli”, C. Cost.

[ii] ulteriore problematica dibattuta a tal riguardo rimane il diritto all’obbiezione di coscienza, ma non è questo il contesto che si cerca di analizzare in questo articolo.

[iii] “Il dominio della vita”, R. Dworkin.

[iv] Sarebbe necessario considerare l’evidente differenza fra diritto a morire (eventualmente cagionando direttamente la morte del paziente o aiutandolo a auto-procurarsela) e diritto a lasciarsi morire (il diritto al rifiuto delle cure o dell’accanimento terapeutico).

[v] qui appositamente è bene evitare la locuzione di “soggetti ai quali la vita appartiene” perché a prescindere dalle credenze personali, si deve prendere atto dell’esistenza di un diffuso argomento teologico-filosofico in base al quale il bene vita non apparterrebbe sicuramente all’uomo, quanto a Colui/Colei che gliel’ha “donata”.

[vi] Basti ricordare la battaglia di Piergiorgio Welby per il riconoscimento al suo diritto alla sospensione delle cure, drammaticamente e sentitamente descritta nel libro “Lasciatemi morire”

[vii] Edouard Manet.

Post in evidenza
Post recenti
Archivio
Cerca per tag
Seguici
  • Facebook Basic Square
  • Twitter Basic Square
  • Google+ Basic Square

Copyright © 2017 Students for Humanity

Desk Volontariato - Sportello Unico, Piazza Sraffa 13 Milano

as.studentsforhumanity@unibocconi.it