Primo nemico dell'integrazione: il giornalismo italiano

“Udine, straniero minaccia poliziotti in questura”, “Salerno, straniero aggredisce medici e distrugge l’ambulanza”, sono i titoli notizie comparse nei primi mesi del nuovo anno, possono sembrare un incipit come un altro, fornendo informazioni essenziali su luogo e fatto, eppure, ad un più attento sguardo c’è un’indicazione superflua: la parola “straniero”.

Quale valore aggiunto fornisce alla notizia il fatto che l’autore fosse “straniero”? Sarebbe stato, forse, meno grave se l’autore di un’aggressione, di uno stupro fosse stato italiano? Nel nostro codice penale l’essere di nazionalità estera non costituisce un’aggravante alla commissione di un reato; la criminalità è e deve restare scevra da considerazioni etniche.

L’indicazione è funzionale, piuttosto, a suffragare lo stigma dello straniero, di solito soggetto di origine africana o mediorientale che vive sulle spalle della comunità e la ripaga commettendo crimini.

Nel 2020, in un paese civile, è inaccettabile che non si riesca a promuovere l’integrazione, che la prima domanda di fronte a un evento spiacevole sia “è stato un extra-comunitario?”.

L’ignoranza che contraddistingue il nostro paese non dovrebbe essere alimentata da chi ha il compito di informare e far riflettere. Questa politica, oltre che erronea e svilente, è dannosa, i giornalisti hanno la responsabilità di fornire informazione e di non veicolare messaggi distorti, che inducano a plagiare un lettore poco attento e poco dotato di spirito critico.

La pratica in uso di legittimare l’associazione tra criminalità e immigrazione genera una percezione sbagliata della realtà, contraddetta dai dati fattuali, che viene, però, sfruttata da quella parte della politica che basa il proprio consenso sulla paura e sulla disinformazione.

I suddetti titoli non provengono da un blog dipartito né da una pubblicazione locale di poco calibro ma da uno dei primi dieci quotidiani del paese, una testa autorevole con una tiratura di oltre centomila copie, che orienta l’opinione pubblica e segue una linea politica precisa.

L’esempio non costituisce un caso unico nel panorama giornalistico italiano, che, con la scusa di utilizzare titoli accattivanti e che inducano il lettore a proseguire, diventano un’esca per stimolare bassi appetiti; lo straniero è il capro espiatorio perfetto, è un soggetto a basso costo sociale, ciò che non viene messo in conto è che l’emarginazione e l’odio hanno sempre un prezzo alto da pagare.

L’uso discriminatorio della nazionalità per far notizia è un trend tristemente diffuso, che spinge, nel 2008, a creare il progetto Occhio ai Media, fondato da Robert Elliott per monitorare i giornali mainstream e ad analizzarne gli articoli, in modo da verificare come il giornalismo italiano tratti il tema dell’immigrazione.

Il bilancio che ne risulta non è positivo, gli esempi di cattivo giornalismo sono numerosi e, non a caso, si concentrano nei periodi pre-elettorali, i principali bersagli di notizie veicolate in maniera scorretta sono musulmani e “neri”, il cui credo o colore della pelle costituisce una colpa e una condanna.

Potremmo affermare che i lettori siano vittime di questa pratica giornalistica ma sarebbe troppo facile; è vero, infatti, che non tutti possiedono gli strumenti per discernere e scremare le notizie di qualità ma le persone più giovani e istruite, nate in una società multietnica, hanno il dovere di prestare attenzione e non far trasmettere passivamente un messaggio sbagliato.

Gli strumenti di segnalazione sono molteplici, Occhio ai Media ne fornisce uno tra i tanti, difendiamo la verità e condividiamone il peso https://www.occhioaimedia.org

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