Afghanistan: genesi e sviluppo della crisi



Il 15 agosto 2021 gli occhi di tutto il mondo erano puntati su Kabul: i Talebani, dopo una rapida avanzata, riuscivano a riconquistare la capitale dell’Afghanistan e a prendere il controllo del Paese. Le immagini che arrivavano dalla città, ed in particolare dall’aeroporto, nei giorni successivi sono molto forti: civili ammassati all’interno di un cargo militare americano in partenza per il Qatar; tentativi di fuga disperati, come quello di persone che rincorrono un aereo in partenza, alcune aggrappandosi e cadendo rovinosamente a terra. Eppure già una settimana dopo questi avvenimenti la concentrazione posta sul Paese si è drasticamente ridotta, e altri problemi sono tornati ad essere al centro della nostra attenzione. La situazione in Afghanistan, però, rimane drammatica, con una gravissima crisi umanitaria in corso, un aumento del crimine all’interno del Paese e della minaccia terroristica, e con scissioni all’interno dei Talebani stessi. Abbiamo avuto l’onore di affrontare questi temi con alcuni ospiti d’eccellenza, che hanno avuto la possibilità di trovarsi in questi luoghi in diversi momenti cruciali, e che ci hanno aiutato a ricostruire la storia recente di questo Paese e gli avvenimenti che hanno portato a quello che tutti abbiamo visto la scorsa estate. Hanno infatti preso parte a questo incontro, moderato dalla professoressa Gunia Valeria Gatta, Lorenzo Cremonesi, giornalista per il Corriere della Sera ed inviato di guerra con specializzazione sul Medio Oriente, Francesco Semprini, corrispondente da New York ed inviato di guerra per la Stampa, e Cecilia Sala, giornalista per Otto e mezzo e La7, e collaboratrice con il Foglio.


L’origine del conflitto



Il primo a guidarci in questo excursus storico è Lorenzo Cremonesi, il quale ha trascorso diversi periodi in Afghanistan durante gli anni 90, in periodo talebano. Il giornalista spiega che già all’inizio degli anni 80 l’attenzione dell’Occidente comincia a spostarsi sull'Afghanistan, a causa della crescente presenza sovietica nel paese. Il periodo in questione è quello della Guerra Fredda, quindi di forti tensioni tra Stati Uniti ed Unione Sovietica; per questo motivo, gli USA decidono di organizzare una coalizione per contrastare e cercare di rimuovere i Russi stanziati nel Paese. La rilevanza di questa operazione non è solo conferita da motivi ideologici, ma risiede anche nella posizione strategica dell’Afghanistan, punto di collegamento tra Oriente ed Occidente. Per questo motivo il fronte occidentale sostiene i Mujahideen, combattenti islamici, nella guerra contro l’Unione Sovietica, che si conclude nell’89 con la vittoria degli Afghani. A questo punto, però, il Paese viene totalmente abbandonato a sé stesso. Lo stesso Cremonesi si è trovato in Afghanistan proprio in quel periodo e racconta di aver visto un’area governata da guerre tribali di bande; ne è un esempio la strada da Kabul a Kandahar, oggi tranquillamente percorribile, che ai tempi era occupata da una trentina di signori della guerra, che bloccavano e permettevano il passaggio solo in cambio di tangenti, con persone che venivano derubate e donne che venivano rapite. La città di Kabul dopo le guerre tra i Mujahideen è distrutta: la popolazione era ridotta a meno di 400 mila persone, rispetto ai 2 milioni e mezzo degli anni 70, manca l’acqua corrente e non sono presenti neanche energia elettrica e carburante. Con una progressiva avanzata tra il 94 ed il 96 i Talebani riescono a riconquistare Kabul e imporre una sorta di monopolio della forza. Ad esclusione della valle del Panjshir, tutto il resto del Paese viene controllato, con le relative conseguenze: il burqa per le donne, le ragazze che non possono andare a scuola, le scuole chiuse, ecc. Lo stesso giornalista ricorda di aver assistito ad eventi come il taglio delle mani dei ladri o la lapidazione delle adultere nello stadio di Kabul. Da questo, sottolinea, si può notare come l’Afghanistan si sia sviluppato dopo l’invasione americana sia dal punto di vista urbano, che per il livello di vita, per cui sia i Talebani di oggi, che sono entrati anch’essi nella modernità, sia la situazione del Paese odierna, sono profondamente diversi da com’erano vent’anni fa.


Gli anni 2000



Da questo punto è Francesco Semprini a portare avanti la ricostruzione storica degli eventi. L’assetto afghano, spiega, cambia quando nel 2001 quattro aerei dirottati da un gruppo di 19 terroristi si vanno a schiantare contro le Torri Gemelle ed il Pentagono; mentre il quarto probabilmente sarebbe andato contro la Casa Bianca. I dirottatori degli aerei in questione erano uomini di Osama Bin Laden, i quali erano stati addestrati in maniera quasi perfetta per compiere questo attacco al cuore dell’America. Nello specifico, l’Afghanistan rientra in questi eventi dal momento in cui rappresenta il rifugio di Bin Laden, dove aveva portato il suo quartier generale, in cui addestrava i suoi uomini e dal quale pilotava gli attentati in giro per il mondo. L’amministrazione americana, quindi, guidata da George Bush, richiede ai Talebani la consegna di Bin Laden. A seguito dell’ennesimo rifiuto, il 7 ottobre 2001, meno di un mese dall’attentato, ha inizio la missione in Afghanistan. L’aspettativa è di una campagna da un paio di anni, ma che in realtà alla fine ne è durata venti. Gli USA non si concentrano solo sull'Afghanistan, ma decidono di attaccare allo stesso momento anche l’Iraq. Lo sforzo finanziario e umanitario dell’America si sposta su quest’ultimo, che passa da essere un conflitto da chiudere in un paio di mesi ad una trappola, vista l’ampia durata della guerra e l’elevato contributo di vite. Questo spostamento dell’attenzione statunitense comporta l’affievolimento dei risultati ottenuti nelle prima fasi della guerra e consente ai Talebani di riacquistare forza e spinta e riconquistare i territori presi dalla coalizione. Quando nel 2008 diviene presidente Obama, ha due obiettivi in politica estera: una guerra da chiudere il prima possibile, in Iraq, e una da vincere il prima possibile, in Afghanistan. Una volta terminato il primo conflitto, gli sforzi americani si concentrano sul secondo. Viene ordinato un Surge, ovvero un rapido aumento delle forze in campo, con lo scopo di incassare vittorie strategicamente fondamentali e porre fine il prima possibile alla guerra. è in questo momento che Semprini parte per l’Afghanistan, trovando però posto solamente al fronte di Kandahar, cuore dell’organizzazione talebana, dove la guerra è più cruenta e sanguinosa. Qui si trova in un avamposto sperduto con un comparto di 40 soldati americani. Quello che gli rimane più impresso, racconta, è la differenza tra la guerra che si vede lì e quella raccontata dai media, come se fossero due guerre diverse, per cui i militari in quella divisione si interessano di uccidere i talebani, conquistare metri di terreno, ma non degli accordi politici o dei movimenti strategici. Si tratta delle due dimensioni della guerra, spiega: una micro, vissuta giorno per giorno dai soldati sul terreno, e quella della diplomazia, della politica e della strategia. Appartengono entrambe allo stesso fenomeno, ma sono posizionate in maniera diversa.


Gli eventi di quest’estate



Ad analizzare gli ultimi avvenimenti, quelli risalenti a quest’estate è Cecilia Sala. La giornalista stava già seguendo da prima la situazione in Afghanistan e qualche tempo prima si trovava a Teheran per seguire le elezioni nel Paese, nel quale non era possibile uscire dalla capitale. Lì, racconta, si sapeva già che i Talebani sarebbero tornati, magari non si era previsto in questo modo ed in questi tempi, ma la preoccupazione era molta. L’Iran, infatti, paese sciita, ha da sempre un rapporto ambiguo con i Talebani, fondamentalisti sunniti. Di fatto, dopo un’avanzata che non incontra grandi resistenze, il 15 agosto i Talebani arrivano a Kabul. I primi ad arrivare appartengono al clan degli Haqqani, i più intransigenti e spietati, con un proprio metodo ed una propria posizione, molto forte anche rispetto al movimento talebano. Sirajuddin Haqqani, terrorista ricercato dall’FBI con una taglia da 10 milioni sulla testa, è il primo ad entrare a Kabul e prende in mano la gestione del Ministero degli Interni. è lui che amministra la sicurezza dell’Afghanistan e addestra le forze speciali. Biden inizialmente fissa il ritiro all’11 settembre, data simbolica, carica di significato, ad indicare la fine della guerra più lunga nella storia degli Stati Uniti. Le scene che si vedono in questi giorni sono drammatiche, oltre la fuga disperata all’aeroporto, le immagini di neonati passati sopra al filo spinato, dei quali alcuni sono ancora dispersi e non si è stati in grado di ricongiungerli con le famiglie evacuate. E ancora i morti per l’attentato dell’ISKP, per cui i droni degli Stati Uniti colpiscono il Nangarhar, zona al confine con il Pakistan molto pericolosa, dove si trovano Al Qaeda e ISKP. Inoltre, racconta, a Kabul c’è un altro attacco con un drone: pensando di colpire un gruppo di persone che trasporta taniche esplosive, si uccidono una famiglia di dieci persone, di cui 7 bambini e un afgano che lavorava per una ONG californiana, che stavano portando dell’acqua. L’incubo delle evacuazione e il disastroso ritiro creano un clima di caos generale. è stato fatto il possibile, sottolinea la giornalista, per portare via più gente possibile in base alle condizioni disastrose, ma le promesse di tornare a riprendere le persone fatte nel momento del ritiro si stanno mantenendo meno di quanto assicurato e molto lentamente.

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