DISUGUAGLIANZE NELLA STORIA: KUZNETS, THOMAS PIKETTY E YOUVAL NOAH HARARI



Per alcuni, le disuguaglianze sono destinate a crescere e il mondo sarà sempre più ingiusto per definizione, per altri esse tendono a decrescere naturalmente.

Tra la fine del 1700 e l’inizio del 1800 si avviano trasformazioni radicali, una crescita esponenziale della popolazione e la rivoluzione industriale: la principale minaccia è la sovrappopolazione e il radicarsi di disuguaglianze che raggiungono il culmine tra il 1870 ed il 1914.

Tra il 1840 ed il 1850 nascono i primi movimenti socialisti e comunisti per rivendicare l’uguaglianza della distribuzione del patrimonio e contrastare il fallimento del sistema politico dominante, ma bisognerà attendere il XX secolo e il periodo tra la prima e la seconda guerra mondiale affinchè le prime serie di reddito annuo nazionale vengano elaborate, per capire effettivamente quali fossero le reali disuguaglianze.

Per la prima volta si verrà a scoprire che negli USA, tra il 1913 ed il 1948, si è verificata una forte riduzione delle disuguaglianze di reddito.

Pioniere per eccellenza dello studio di questo fenomeno è Kuznets il quale stipula una vera e propria teoria secondo la quale le disuguaglianze sono destinate a seguire una curva ad “U” rovesciata. Nella prima fase esse crescerebbero a causa delle prime tappe di un periodo di industrializzazione, per poi diminuire progressivamente durante le fasi avanzate di sviluppo, indipendentemente da qualsiasi intervento politico. E a condizione che i paesi sottosviluppati rimangano nel “mondo libero”.



Ma questa, secondo il Professore d’economia Thomas Piketty, rimane solo una fiaba. Secondo quest’ultimo, la forte diminuzione delle disuguaglianze si è poi verificata nei paesi ricchi, tra il 1914 ed il 1945, esclusivamente come conseguenza positiva delle due guerre mondiali e delle catastrofi economiche e politiche che ne sono seguite. Secondo l’autore del “Il Capitale nel XXI secolo”, oggi non abbiamo alcuna ragione di credere nel carattere automaticamente equilibrato dell’andamento delle disuguaglianze.

Piketty ritiene che a partire dagli anni 70 del XX secolo le disuguaglianze all’interno dei paesi ricchi si siano di nuovo accentuate e si chiede addirittura se nel 2050 il mondo finirà nelle mani dei trader o della Banca della Cina, degli alti dirigenti o dei detentori di patrimoni rilevanti.

Riponendo la fiducia verso un federalismo egualitario, lo studioso sottolinea che sono le ideologie che possono trasformare la realtà delle disuguaglianze. Sul lungo periodo, inoltre, “il fattore veramente propulsivo e in grado di determinare processi di eguaglianza delle condizioni è la diffusione delle conoscenze e delle competenze” e “Solo un progetto internazionalista, socialista o in qualche modo distributivo è in grado di far sì che le disuguaglianze vengano ridotte.”



Anche uno dei più lungimiranti storici moderni, Yuval Noah Harari, parla del bisogno di un progetto in larga scala, di “un’identità globale”, per far fronte alle future disuguaglianze, che a sua detta non saranno solo di stampo economico ma anche, e soprattutto, biologico: «L’ascesa dell’AI potrebbe annullare il valore economico e il potere politico della maggioranza degli esseri umani. Allo stesso tempo i progressi nella biotecnologia potrebbero far sì che la disuguaglianza economica si traduca in disuguaglianza biologica. Se i nuovi trattamenti per allungare la vita o per migliorare le capacità fisiche e cognitive saranno costosi, l’umanità potrebbe dividersi in caste biologiche

Ma la visione alla Gattaca di Andrew Niccol non è la sua più drastica per il prossimo futuro. Lo storico sottolinea più e più volte, la necessità di controllare la proprietà dei dati affinchè tutta la ricchezza ed il potere non si concentrino nelle mani di una ristretta élite. A sua detta, al momento la gente non percepisce il pericolo di elargire la propria risorsa più preziosa, i dati personali, in cambio di variegati servizi online e network di amici virtuali. Ed anche se dare ai governi la responsabilità di nazionalizzare i dati limiterà il potere delle grandi multinazionali, questo potrebbe comportare l’istituzione d’inquietanti dittature digitali.


Come ben preannuncia l’attualità, secondo Harari, con il passare del tempo, «saranno gli algoritmi a decidere per noi chi siamo e che cosa dovremmo sapere di noi stessi» ed «ancora per pochi anni o decenni, avremo facoltà di scegliere». Si concretizzeranno dunque, nuove disuguaglianze mai viste e affrontate nel passato, che porteranno ad una sopravvivenza esclusiva della parte più ricca della popolazione umana, pur sempre minacciata da quella di algoritmi e robot tecnologici.



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