Giornata Internazionale della Donna: consigli per l’uso



Nel 1921 a Mosca, durante la Seconda conferenza delle donne comuniste, venne istituita la Giornata internazionale dell’operaia, scegliendo come data simbolica l’8 marzo. In quello stesso giorno, infatti, nel 1917 molte operaie russe si erano unite agli uomini nelle proteste contro lo Zar. Negli Stati Uniti, invece, il Partito socialista aveva organizzato una manifestazione per il diritto di voto femminile già nel 1909. Questa ricorrenza, rinominata in seguito Giornata internazionale della Donna, venne introdotta in Italia nel 1922; ma, di fatto, solo dal 1944, a seguito della nascita dell’Unione delle Donne Italiane (UDI), la Giornata iniziò ad essere celebrata, e dal 1946 la mimosa venne adottata come fiore simbolo. Il significato di questa ricorrenza è quello di porre l’attenzione sulle lotte e le conquiste, in ambito sociale, economico e politico, per quanto riguarda le questioni di parità di genere.

Nonostante l’argomento della lotta di genere sia particolarmente sentito attualmente, negli anni di questa ricorrenza è rimasto poco più che qualche mazzo di fiori e retorici messaggi di auguri, che per di più in buona parte dei casi rafforzano gli stereotipi invece che metterli in discussione. Questa giornata è spesso svuotata del suo significato più profondo e vissuta in maniera automatica e superficiale. Sicuramente però, esiste un altro modo di affrontarla, più consapevole e stimolante. Per questo motivo, vorrei condividere un serie di spunti che ho raccolto, nella speranza che possano essere un punto di partenza per una comprensione più profonda del tema e per rivedere il nostro stesso approccio alla questione.

Il primo spunto che vorrei riportare è il TED Talk di Pierluca Mariti, intitolato È da femmina. Anche se può sembrare più concentrato sul punto di vista maschile, dimostra come in realtà siano due facce della stessa medaglia. Nel suo discorso, infatti, il comico, conosciuto su Instagram come Piuttosto che, analizza le regole di genere che fin da quando nasciamo ci vengono presentate e che interiorizziamo a tal punto da non riuscire neanche a metterle in discussione il più delle volte. Riporta la sua esperienza nell’adeguarsi a ciò che ci si aspettava da lui e il disagio e dispendio di energie che ne deriva. “Esistono abbastanza versioni di maschile quanti maschi esistono sulla Terra. Perché noi possiamo riscrivere la definizione di mascolinità se quella comune ci va stretta...Chi siamo? Cosa ci fa stare bene? Cosa invece ci limita?...Avete mai limitato l’espressione della vostra emotività per paura di sembrare troppo poco virili? Sapreste dire dove finisce la vostra identità e dove iniziano tutti i complementi legati al genere che abbiamo appreso e portato con noi sin da piccoli?...Quando si parla di genere pensiamo subito alle lotte e alle conquiste che hanno fatto le donne negli anni e che stanno facendo tutt’ora. Pensiamo sia la loro lotta. Noi possiamo trovarla giusta, possiamo fare il tifo, supportarle, agevolarle se ci è possibile. Ma non capiamo che riguarda anche noi. Che è una crescita collettiva. Perchè anche a noi viene data un’unica versione di maschile. Anche a noi viene detto che c’è un solo modo giusto per essere uomini. Veri uomini. Riscrivendo la versione di maschile, libera da stereotipi, contribuiamo anche a quella lotta.”

Questa stessa sensazione di limitatezza, strettezza legata alla visione comune dei generi è riportata anche in una canzone di Francesca Michielin insieme ai Måneskin, intitolata STATO DI NATURA. Il testo infatti dice:

Siamo schiavi di una cultura patriarcale

La cultura del possesso

Dove nessuno può più scegliere da che parte stare

Dove una madre è solo madre, una figlia è solo figlia

Un uomo è solo uomo e l'amore è solo uno

E ho visto troppe mani non alzarsi In aiuto degli altri e diventare schiaffi

E non è un complimento urlare "che bel culo"

Ricorda, non ti rende uomo saper dare un pugno

Non è nella mia natura

Farmi fischiare per strada come se fossi un cane

Non è nella nostra natura

Dire di amarci e alla fine amarci così male

In questo caso viene anche affrontata la questione delle molestie e del controllo sulle donne; ma la persona che meglio si occupa di sensibilizzare sul tema della violenza di genere è Carlotta Vagnoli. Nel saggio che ha pubblicato lo scorso anno, Maledetta sfortuna, l’autrice ripercorre i fattori che portano alla costruzione di una violenza strutturale. Vagnoli infatti sottolinea come episodi estremi, quali lo stupro o il femminicidio, non siano frutto di casualità, o, ancora peggio, come spesso viene implicato, di mancata prevenzione da parte della vittima, ma siano figli di un sistema fortemente radicato nella nostra società. L’unico modo per riuscire a raggiungere un effettivo cambiamento è quello di opporre resistenza a tutto ciò che normalizza comportamenti violenti, dal catcalling al linguaggio dei media. Inoltre, è fondamentale agire fin da subito, alla radice, proponendo programmi di educazione nelle scuole sull’argomento. Maledetta sfortuna, che si fonda sulla violenza vissuta dalla stessa autrice, riassumendo i concetti e i termini principali, rappresenta un’ottima guida di base per chi volesse conoscere o approfondire questi temi.


Anche nella nostra vita di tutti i giorni, nella quotidianità a cui siamo abituati fin da piccoli c’è una forma di discriminazione. La maggior parte di noi, infatti, è abituata a dare per scontato che certe attività e l’organizzazione generale della famiglia sia affidata alla donna. è naturale per noi vedere la figura femminile che si occupa di tutta la gestione e pianificazione della vita domestica, ad esempio sapere quando sono i colloqui o gli impegni di tutti, tenere in ordine casa, fare da mangiare, ecc. Mentre nel migliore dei casi l’altra persona si offre di dare una mano. Nel breve podcast #81 di TLON, chiamato Il carico mentale, Andrea Colamedici fa notare come questa responsabilità gravi a livello psicologico, paragonando i due casi a due computer: uno con 15 programmi aperti contemporaneamente, mentre l’altro lancia un’applicazione alla volta. è chiaro che il secondo funziona meglio, ma se nessuno si occupasse di tutte le altre piccole cose la nostra vita andrebbe a rotoli.


Infine, un altro podcast che fa riflettere su questioni tipicamente legate al mondo femminile, in questo caso alla maternità, è Acerbe. Valentina Barzago e Agnese Mosconi per Will hanno condotto qui delle interviste per esplorare diverse realtà del diventare -o meno- madri. L’idea nasce a seguito dello scandalo dei feti sepolti senza consenso al cimitero Flaminio sotto ai nomi delle donne che avevano abortito. Questo podcast, emotivamente impegnativo, aiuta a guardare con occhi diversi un momento che da tutti è visto come naturale nella vita di una donna, ed ad ampliare la nostra visione del tema. Quello che emerge è che ci sono verità che non vengono raccontate sulla maternità, dal punto di vista fisico e medico, ma soprattutto dal punto di vista psicologico, o se vengono raccontate spesso non sono prese in considerazione e affrontate con la giusta delicatezza e comprensione. Inoltre, si sottolinea come troppe persone e troppo frequentemente si sentano autorizzate a intervenire nelle scelte delle donne su questi temi. Grazie a questi racconti è possibile sviluppare una maggiore empatia e comprensione su questioni così delicate.

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