IL CAPORALATO: Sfruttamento di lavoratori irregolari e invisibili


Secondo il dizionario, il caporalato è

“Una forma illegale di reclutamento e organizzazione della mano d’opera, spec. agricola, attraverso intermediari (caporali) che assumono, per conto dell’imprenditore e percependo una tangente, operai giornalieri, al di fuori dei normali canali di collocamento e senza rispettare le tariffe contrattuali sui minimi salariali.” [1]


In parole più semplici, si tratta di sfruttamento di lavoratori irregolari. È purtroppo un fenomeno molto diffuso in Italia, soprattutto nel settore agricolo, con 865 casi di illeciti rilevati solo nel 2020[2]. Ovviamente, questa è sola una parte della rete capillare che permea il nostro territorio, mentre il resto rimane nell’ombra.


Manodopera a bassissimo costo, condizioni di lavoro inumane, turni lavorativi che raggiungono le 17 ore giornaliere, ferie inesistenti, nessuna protezione né rispetto per la persona.

Nessuno, razionalmente, penserebbe mai di accettare tutto ciò, ma, tra immigrati irregolari che si sentono invisibili di fronte allo stato (spesso in attesa di permessi di soggiorno che non vedranno mai) e italiani che la crisi ha lasciato senza alternative, sempre più persone sono costrette a piegarsi a questo sistema, che li rende schiavi.

È lo stesso articolo 603 bis del codice penale a definire “l’approfittamento dello stato di bisogno”[3] come elemento chiave.

L’associazione caporalato-campi agricoli del sud Italia è quasi immediato, ma fermarsi a tale immagine, ormai radicata nelle nostre coscienze e in questo accettata, non permette di cogliere davvero l’estensione e la complessità di quello che accade nelle nostre città.

I dati mostrano infatti come, negli ultimi tempi, questa pratica si sia diffusa anche in spazi meno convenzionali, come i centri urbani le periferie del nord, nel mezzo della vita metropolitana.

Le stesse condizioni degli insediamenti abitativi adiacenti ai campi nel sud si replicano nei palazzi, dove centinaia di persone vivono in condizioni di sovraffollamento, in tuguri sporchi, con tetti fatti di lamiere, fusti sporchi d’olio come servizi sanitari, materassi bucati da condividere in 4 come letti.

Ma, guardando da lontano, magari di fretta per arrivare ad un appuntamento al ristorante o in palestra, tutto ciò non si vede, e così rimangono dimenticati, invisibili, sospesi in una realtà tangibile, ma invisibile (o invisibilizzata), mai concretizzata davvero.

E loro attendono, di essere riconosciuti, aiutati, ascoltati. Che i loro diritti acquisiscano significato, che sia loro “donata” la condizione di “cittadini”, di “umani”.

Le dinamiche sono le stesse, ma in città sono evolute, adattate a un diverso ambiente, che se possibile richiede maggiore organizzazione e sviluppo per infiltrarsi senza essere riconosciuto nelle maglie strette della produzione urbana. Come evidenzia la recente relazione della “Commissione parlamentare di inchiesta sulle condizioni di lavoro in Italia, sullo sfruttamento e sulla sicurezza nei luoghi di lavoro pubblici e privati”, il fenomeno permea “ogni campo lavorativo: edilizia, sanità, assistenza, case di cura, logistica, call-center, ristorazione, servizi a domicilio, pesca, cantieristica navale”[1].

Vivere in tali condizioni, con una paga che a malapena permette loro di soddisfare i bisogni più basici, crea un circolo vizioso da cui non riescono ad uscire. Senza mezzi, né documenti per autodeterminarsi nel “mondo esterno”, dipendono completamente da quel datore di lavoro che diviene il loro padrone e ne controlla l’esistenza a 360º, permettendosi di cambiarne le regole a proprio piacimento, senza rischi di destituzione.

Purtroppo tutto ciò non è mera retorica, ma una realtà confermata da dati ed eventi, come il fatto chiarissimo che le denunce da parte dei lavoratori e delle lavoratrici oggetto di sfruttamento siano davvero rare.

Sono rassegnati, sfiduciosi, precari, ricattabili.


Mentre noi, “gli altri”, che non riusciamo, o forse non proviamo neanche, ad immaginare cosa comporta quella vita, rimaniamo taciti testimoni.

Le notizie arrivano periodicamente, come l’ultimo scandalo sulle tre aziende agricole della Maremma rivelate colpevoli di sfruttare centinaia di lavoratori irregolari.

Ma rimangono, appunto, scandali, confinati a un periodo di attenzione limitato.

E si consumano e spengono nell’accusa del singolo, nelle dichiarazioni indignate dei più, senza però raggiungere il passo successivo, la realizzazione dei problemi strutturali della società e l’azione che deve essere collettiva per diventare efficace.

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